09/06/2026
Gamification sì, ma non per forza.
Negli ultimi anni la parola gamification è finita un po’ ovunque.
Alla pari dell'ibisco nei drink di tendenza 🍹
Attenzione: è un bene.
Significa che c’è più consapevolezza sulle grandi potenzialità
delle dinamiche di gioco applicate a contesti diversi:
marketing, eventi, formazione, lead generation, contest, comunicazione interna.
Ma c’è un punto importante da chiarire:
non tutto deve diventare gamification.
La scelta dello strumento dipende sempre dall’obiettivo.
- A volte serve un videogioco completo.
- A volte basta una meccanica interattiva semplice.
- A volte funziona meglio un quiz.
- A volte un instant win.
Oppure niente di tutto questo.
Nel corso degli anni abbiamo imparato che ogni progetto
va esaminato nel dettaglio, prima di scegliere quali “armi” usare
per arrivare al risultato.
Non si tratta solo di capire quale tipo di gioco si adatta meglio al pubblico,
al canale e al contesto.
Si tratta anche di capire se il gioco sia davvero la strada giusta.
E se lo diciamo è perché abbiamo visto tanti progetti gestiti male.
Videogiochi belli, anche molto belli, sviluppati e poi lasciati nelle retrovie.
Nei binari morti di campagne partite senza una strategia solida.
Perché, come spesso accade, “il budget a disposizione è finito ieri”.
E abbiamo visto anche il contrario:
progetti che, con il supporto della gamification,
avrebbero potuto raggiungere risultati sorprendenti,
ma in cui “le idee migliori sono arrivate domani”.
Per questo la domanda corretta non è:
“Come possiamo gamificare questa attività?”
Ma:
“Quale esperienza vogliamo far vivere alle persone?”
Solo dopo ha senso scegliere lo strumento giusto.
Perché gamification sì.
Ma non per forza.
E soprattutto:
non per moda, ma per strategia.
Cosa ne pensi?
Hai mai avuto la sensazione che tutti vogliano gamificare tutto? 👇