ArtCava Projects

ArtCava Projects Il progetto nasce qualche anno fa e si concretizza all'inizio del 2010 con la definizione della ditt

Siti ed applicazioni
ArtCava Projects può offrire la realizzazione di un sito professionale ad un prezzo molto competitivo, prova a contattarci per scoprire l'offerta sui siti WordPress. ArtCava Projects può inoltre realizzare il software per facilitare la realizzazione della tua idea di business piuttosto che consigliarti un prodotto da acquistare sul mercato. Servizi ICT
Dall'Help Desk, alla virtualizzazione dei server passando dalla semplice vendita di Server o Desktop per la tua azienda.

Un futuro senza Silicon ValleyArt: Mariano PeccinettiUn articolo estratto dal numero 97 di Wired, dedicato al tema della...
02/09/2021

Un futuro senza Silicon Valley

Art: Mariano Peccinetti

Un articolo estratto dal numero 97 di Wired, dedicato al tema della finzione e del fake.

Intervista a Jaron Lanier

“All’apice del suo potere, l’azienda Kodak impiegava più di 140mila persone e valeva 28 miliardi di dollari. Ha inventato persino la prima macchina fotografica digitale. Ma oggi è fallita e il nuovo protagonista della fotografia digitale è diventato Instagram. Che, quando è stato venduto a Facebook per un miliardo di dollari, nel 2012, impiegava solo 13 persone. Dove sono spariti tutti quei posti di lavoro? E che cosa è successo alla ricchezza creata da quegli impiegati della classe media?”.

A chiederselo, a pagina 2 del suo La dignità ai tempi di Internet (il Saggiatore), è Jaron Lanier, non uno qualsiasi. Perché della rivoluzione che ha portato Instagram a soppiantare Kodak, o se preferite la Silicon Valley a fare del mondo ciò che è oggi, lui è stato uno dei protagonisti. Se non uno degli autori. Il fatto è che Lanier ha vissuto almeno tre vite. Nella prima, in pieni anni ’80, insieme con scienziati come Thomas Zimmerman, ha inventato la realtà virtuale, che ha letteralmente battezzato (virtual reality è vocabolario lanieriano doc). Nella seconda vita, riversata nelle pagine di Tu non sei un gadget (Mondadori), è diventato il cantore più critico dei social network e di internet. Ex allevatore, nel tempo libero musicista (anche con John Cage e Laurie Anderson), nella terza vita rimane un filosofo. O forse un guardiano. Perché dopo aver messo su tela gli incubi del mondo post Silicon Valley, oggi prova a correggerne gli obbrobri.



Lanier, che fine ha fatto il mito della Silicon Valley?

“Ci troviamo di fronte al classico esempio di chi assapora la gloria e il potere, e perde il controllo della situazione fino a rovinare tutto. Credo che in passato la Silicon Valley fosse un posto migliore, semplicemente proprio perché meno potente. La bramosia, insieme con la convinzione di essere le persone giuste per decidere il futuro altrui, ha sfasciato ogni cosa. È una storia già vista”.



Come si è formato questo mito?

“Quando si parla di Silicon Valley, bisogna precisarne il periodo di riferimento: la prima Silicon, un fenomeno ridotto, è nata dopo la Seconda guerra mondiale. Quella che conosciamo oggi, capace di influenzare il mondo, è invece il risultato della trasformazione culturale degli anni ’60. L’aspetto interessante di questo periodo è che i nerd e i tecnici informatici del movimento hippy abbiano finito per arricchirsi e accumulare potere. Dai ’60 hanno iniziato a dominare il mondo intero, con una combinazione unica di potere tecnologico e demografico, in grado di far percepire la Silicon Valley non soltanto come l’ennesimo centro industriale e imprenditoriale, ma come un luogo visionario, come la fabbrica delle soluzioni a ogni problema”.



Perché ritiene che la rivoluzione innescata dalla Silicon Valley abbia avuto costi culturali e materiali troppo alti?

“Ogni grande cambiamento porta con sé costi e benefici. Questi ultimi sono innegabili nel caso della Silicon: si pensi anche solo all’enorme contributo di internet durante la pandemia. Beninteso, non sto dicendo che abbia risolto l’emergenza, ma è evidente come abbia aiutato a gestirla in maniera migliore di quanto non saremmo riusciti a fare altrimenti. Il fatto è che la rivoluzione digitale si è via via trasformata in un piano di manipolazione delle persone. Un piano pronto a manifestarsi in modi diversi: a volte sotto forma di un sistema pubblicitario, altre attraverso operazioni psicologiche da parte di nazioni come la Russia, per esempio, con l’obiettivo di destabilizzare paesi stranieri. In altri casi è senza giri di parole un mezzo di controllo sociale, come in Cina. Quando le persone vengono manipolate, però, il rischio è che impazziscano. Ed è proprio questo che sta succedendo: oggi internet mina la nostra integrità mentale”.

(foto: FilmMagic/FilmMagic)

Che cosa intende?

“Che sebbene la follia esistesse già, internet le ha dato una spinta importante, rendendoci difficile la gestione della vita reale, esattamente come fa un virus o il cambiamento climatico. Persino la politica è impazzita, sebbene i primi segni di instabilità mentale li avesse mostrati fin dalla sua nascita. Stavolta, però, è impazzita in modo diverso, ha manifestato una immaturità totale e in tutto il mondo, simultaneamente”.



Il sistema di startup che la Silicon Valley avrebbe dovuto creare, generando una new economy fatta da una moltitudine di business sostenibili e innovativi, ha dato vita a poche società gigantesche. Si può considerare il fallimento di un’idea di mondo nuovo?

“La risposta è complessa: premetto di non essere contro le grandi multinazionali. Il problema è che effetti matematici, i cosiddetti network effect, danno origine ad aziende simili a monopoli, da cui la società non trae alcun beneficio. Un esempio: non è molto utile essere presenti in un social network se poche persone lo frequentano, poiché questo non sarà mai influente. Molto tempo fa, quando internet era ancora agli albori, ricordo di aver detto ad Al Gore, il primo leader politico a riconoscere l’importanza di internet e a promuoverne lo sviluppo, che a causa dei network effect la rete avrebbe regalato miliardi di dollari a persone che non ne conoscevano ancora l’esistenza. Il problema, alla base, era la mancanza di un consenso politico, tutto era dominato da un forte sentimento libertario. Alcuni erano convinti che internet avrebbe creato tante piccole startup, ma chi si intendeva di matematica sapeva già che sarebbe successo il contrario, cioè che si sarebbero create multinazionali enormi. Non nego che chi ha fondato aziende come Facebook o Google abbia lavorato s**o, ma qualcuno, in qualche modo, avrebbe comunque raggiunto gli stessi traguardi. Credo che nessuna società abbia interesse ad avere aziende che esistono solo grazie ai network effect e sono convinto che queste dovrebbero fare qualcosa. Rimanendo a quelle citate, Facebook non ha contribuito in alcun modo allo sviluppo tecnologico dell’umanità. Se non altro Google lo ha fatto!”.



Quindi crede che la Silicon Valley abbia aiutato l’umanità, o no?

“La storia non è ancora conclusa e giudicarla adesso è prematuro, sebbene ci siano giorni in cui sono convinto che la Silicon Valley abbia fatto più danni che altro. La mia speranza è che si arrivi a un punto in cui saranno più evidenti i benefici, e credo che possa ancora succedere. Saranno necessari sforzi importanti sia da parte della gente comune sia da parte dei legislatori. Può sembrare impossibile, ma la nostra storia non è priva di inversioni di tendenza epocali”.



Qualche anno fa ha scritto che «i social limitano la libertà di scelta, ci stanno trasformando in una manica di stronzi, stanno minando la verità, la nostra capacità di provare empatia, la nostra possibilità di essere felici, e persino di mantenere in piedi le nostre democrazie». Ne è ancora convinto?

“Dipende dai giorni: in alcuni, le prove dimostrano quanto avessi ragione. Si pensi alle ormai rare occasioni in cui una nuova piattaforma riesce ad attrarre molte persone: i primi due anni non è male, poi, inesorabilmente, diventa terribile. E questa è una costante. Il fatto che, in origine, questi progetti siano buoni, dimostra come a rovinarli sia un fattore strutturale, credo il business plan. È innegabile come, da un lato, il progresso, la scienza, la tecnologia e la comunicazione abbiano giovato all’umanità; dall’altro siamo stati indotti ad annullare questi stessi benefici. Mi sembra un esempio lampante dell’esistenza di una sorta di combinazione tra potenziale e distruzione all’interno dello stesso fenomeno”.



Eppure lei è un guru della Silicon Valley: ha sviluppato software per Google e per Microsoft, ha inventato la realtà virtuale. È Lanier o è il mondo a essere cambiato?

“Credo che mi si dia del “guru” più per l’aspetto fisico che per altro (barba incolta, capelli rasta lunghissimi, ndr). Per quanto mi riguarda, ho solo cercato di non diventare un critico esterno, ma nemmeno un apologeta interno al sistema. Ho tentato, cioè, di stare nel mezzo: sono parte della Silicon, però mi sforzo di essere oggettivo, perché sono convinto che questo ruolo, questa onestà, sia quello di cui il mondo ha più che mai bisogno. Per secoli abbiamo avuto classi esterne al potere che lo criticavano. Era un fatto encomiabile, ma non è stato sufficiente, e proprio la Silicon Valley lo ha dimostrato. D’altro canto, sarebbe grave lasciare che i potenti acquisiscano troppa sicurezza. È vitale trovare una via di mezzo, in cui chi è dentro la struttura del potere sappia e possa criticarla. Poi è necessario accettare le contraddizioni: la perfezione è impossibile». «Non farai un buon uso di internet finché non ti ci sarai confrontato alle tue condizioni, almeno per un po’»: che cosa intende con questa frase? «Che da giovani, e non più è il mio caso, sarebbe una buona idea fare qualcosa per conoscersi meglio, per mettersi alla prova, magari viaggiando e correndo dei rischi. È triste vivere la propria esistenza in funzione di ciò che vogliono gli altri. Bisogna imparare a conoscersi e a conoscere il mondo, un mondo che ogni generazione dovrebbe scoprire nuovo. Ciò che più mi ha infastidito nell’evoluzione della Silicon Valley è stato l’uso della pubblicità: sembra una sorta di sensibilità predeterminata di come la tua vita dovrebbe essere. C’è qualcosa di profondamente infelice in un giovane che non si prenda una pausa di almeno sei mesi dai social media per apprezzare la differenza tra una vita con e una senza quelle piattaforme. Com’è possibile, altrimenti, sviluppare il proprio punto di vista sulle cose e diventare saggi?”.



Parlando della Silicon Valley con Elon Musk, Jeff Hammerbacher ha detto che le menti migliori di questa generazione lavorano per convincere la gente a cliccare sulle inserzioni pubblicitarie.

“È così, nel senso che le risorse investite nella cosiddetta “intelligenza artificiale” – ormai un termine di marketing privo di un reale significato – superano di gran lunga gli investimenti in qualsiasi altro settore. L’abbiamo sfruttata in ambiti diversi, come per la scoperta di nuovi farmaci, ma oggi l’intelligenza artificiale viene utilizzata soprattutto per orientare i comportamenti di consumo”.



Sembra terrorizzato dal futuro…

“È a questa paura che devo il mio impegno. Intendiamoci, il genere umano ha già attraversato periodi atroci: la prima metà del Ventesimo secolo, o gran parte di quello precedente. Oggi però il mondo è diverso: buona parte della popolazione vive nel benessere, mentre un’altra, non per forza alla fame, si barcamena nell’incertezza. In più, armi biologiche e nucleari, virus, catastrofi naturali e chissà cos’altro, moltiplicano le possibilità di una distruzione di massa. È una combinazione nuova, una fonte di ansia enorme. Ed è inquietante che si debba affrontarla mentre abbiamo deciso di connetterci gli uni agli altri attraverso una tecnologia che ci sta rendendo folli. Che coincidenza disgraziata!”.

The post Un futuro senza Silicon Valley appeared first on Wired.

Il mito del luogo che attraverso la tecnologia avrebbe trovato risposte a tutti i problemi del mondo è vicino a tramontare, la sua illusione a fallire. Il perché ce lo spiega una delle menti che hanno contribuito a edificarlo: Jaron Lanier. Dal numero 97 di Wired

5 vittorie e 5 sconfitte dei primi trent’anni di LinuxLinux (logo da Wikipedia)Trent’anni fa, il 25 agosto del 1991, un ...
02/09/2021

5 vittorie e 5 sconfitte dei primi trent’anni di Linux

Linux (logo da Wikipedia)

Trent’anni fa, il 25 agosto del 1991, un giovane studente finlandese mandò una storica email a un gruppo di sviluppatori hobbysti intitolata “Cosa vi piacerebbe vedere di più in Minix?”. Il giovane studente era Linus Torvalds e quell’email è considerata l’atto di nascita di Linux, il sistema operativo open source che da piccolo hobby di un gruppo di giovanissimi hacker all’alba di internet è diventata l’architrave della rete e uno dei tre progetti open source più di successo al mondo oltre che uno dei più grandi. Infatti, il kernel di Linux, cioè il motore del sistema operativo (e la parte comune a tutte le varie distribuzioni gratuite disponibili) è diventato un progetto da poco 27.8 milioni di righe di codice, a cui contribuisce un’armata di 14mila sviluppatori sparsi in tutto il mondo.

La storica email di Linus Torvalds per presentare la sua versione di Minix. L’idea di chiamare il sistema operativo Linux non è stata sua ma di alcuni volontari.

La scelta di Torvalds di sviluppare in maniera free, open e collaborativa il kernel di Linux ha consentito a un altro grande progetto open source, il sistema operativo Gnu, pensato da Richard Stallman ma che non riusciva a decollare, di trovare il suo motore e diventare un rimpiazzo gratuito per Unix, all’epoca “il” sistema operativo (a pagamento) usato sui server e nei centri di calcolo.

Trent’anni dopo, però, cos’è successo? Si fa presto a dire che Linux ha vinto: in realtà ha anche perso alcune grandi battaglie. La sua valutazione di mercato era di 3,89 miliardi di dollari nel 2019 (secondo Fortune), il suo valore cresce del 19,2% all’anno (Cagr) e nel 2027 raggiungerò il traguardo dei 15,64 miliardi di dollari. Al tempo stesso, la sua quota di mercato nel settore desktop e portatili è attorno al 2,38%, il doppio di Chrome Os (che non sommiamo perché pur essendo basato su Linux ha uno strato proprietario di servizi di Google) ma molto sotto i due principali sistemi operativi “closed source”: Windows (73%)e macOs (15,4%). Insomma, dopo trent’anni Linux ha sicuramente vinto ai punti ma non per ko. Vediamo perché.

La mappa del kernel di Linux (fonte Wikipedia)

Le 5 grandi vittorie

1 – Il sistema operativo più diffuso oltre al pc

Linux ha sdoganato l’idea che possa esistere un sistema operativo open. Nel mondo del software questa è stata la seconda grande rivoluzione dopo quella di Microsoft degli anni Settanta (cioè che il software ha più valore dell’hardware). L’importanza di essere aperti fin nei dettagli (e non fornire solo delle Apie delle specifiche di sviluppo per le terze parti) è la ricetta segreta del successo di Linux e la cosa che gli ha permesso di essere estremamente efficace per la costruzione di strumenti sofisticatissimi.

Non a caso Linux è la piattaforma standard per una marea di apparecchi e strumenti digitali oltre ai pc e ai server: dal router di casa all’auto della Tesla, dalla we**am alle fotocamere digitali. Il mondo dell’embedded è quasi totalmente Linux e questo è possibile perché tutti hanno potuto lavorare al suo sviluppo e verificare che funzioni. Oggi i grandi sviluppano linguaggi di programmazione (Go, Swift), framework, middleware open source per continuare a sfruttare il valore di essere open. L’apertura completa è la versione “fatta bene” della cosiddetta Api Economy, che invece si basa sul monopolio dei servizi esposti dai fornitori.

2 – Linux è Gnu

L’idea del free software o del software open arriva prima di Linux: Richard Stallman è stato il suo ideologo ma non è riuscito a trasformarla in una proposizione vincente sul mercato. C’è riuscito Torvalds con Linux, che ha ridato vita al progetto Gnu di Stallman diventandone il motore e insieme ad Apache è il vero grande diffusore dell’idea del free software (ma non chiedetelo a Stallman perché lui vi dirà di no).

Linux ha sdoganato l’idea che i software open non sono solo degli hobby ma anche degli strumenti scientifici e industriali sofisticati.

3 – Internet ama Linux

L’infrastruttura di internet è storicamente basata su server Unix e sistemi di routing dei dati che hanno utilizzato Unix o altri sistemi operativi proprietari. Tuttavia, è con l’arrivo di Linux che si è sviluppato il “vero” paradigma di internet: senza Linux milioni di startup non avrebbero potuto entrare in affari, da piccolissimi provider che hanno portato per la prima volta la connettività nelle case di milioni di persone negli anni Novanta ai primi servizi e aziende online.

Per esempio, il motore di ricerca di Google esisterebbe solo come tesi di dottorato se non fosse stato possibile riciclare migliaia e migliaia di vecchi pc con Linux per trasformarli nella prima, grande “server farm”. Se Microsoft o Apple volessero sviluppare da zero Linux dovrebbero investire almeno 14,7 miliardi di dollari in stipendi di programmatori per riuscirci.

4 – Un mondo standard

Trent’anni fa, quando è nato Linux, c’erano decine di versioni di Unix incompatibili tra loro. È una fase dello sviluppo della tecnologia che viene chiamato “guerra degli Unix” e che ha segnato profondamente quella storia che non si studia sui banchi di scuola o all’università, e tuttavia è critica per lo sviluppo di interi settori industriali oggi dipendenti dal digitale. Linux ha introdotto una varietà di possibili utilizzi con un unico sistema operativo sempre aperto e compatibile, a cui tutti hanno potuto contribuire. Qualcosa di più di uno standard aperto.

5 – Il futuro del cloud

L’idea di “macchine virtuali” è molto vecchia, è nata negli anni Sessanta in Ibm. E quella di internet come sistema operativo è dei geni di Sun Microsystems (“The network is the computer“). Ma se guardiamo a tutte le tecnologie del cloud che negli ultimi cinque anni hanno radicalmente trasformato internet, cioè i container e i microservizi, l’unico punto in comune è che sono tutte basate su Linux.

La piattaforma creata da Torvalds è quella che permette anche la trasformazione nel modo con il quale si costruisce il software online e offline: DevOps, Ci/Cd (le pratiche combinate di integrazione continua e distribuzione continua del software) e tutti i flussi di lavoro e le tecnologie che oggi permettono il funzionamento di servizi come Google Cloud e Netflix si basano su innovazioni rese possibili, in ultima analisi, da Linux.

A 21 anni, Torvalds era un vero geek e come tale si è comportato: ha creato il suo sistema operativo, lo ha messo in Rete e ha chiesto ai suoi simili di partecipare al suo sviluppo. Parliamo di Linux, ovviamente (foto: AFP)

Le 5 sconfitte di Linux

Le sconfitte di Linux sono politiche, non tecnologiche. Ma non per questo bruciano meno. E in alcuni casi ci vuole un attimo per capire perché il sistema operativo nato per essere il campione del mondo open source sia in realtà diventato lo strato gratuito di alcune delle più grandi piattaforme proprietarie

1 – Pochissimo mercato desktop

Nonostante lo sforzo dei volontari e la passione europea (soprattutto in Germania) per l’uso dei sistemi operativi e dei software open source per la pubblica amministrazione, in realtà Linux non ha mai sfondato nel mondo dei personal computer, cioè dei sistemi operativi per la produttività personale. La sua quota di mercato è relativamente molto piccola ed è poco diffuso.

Ed è un vero peccato, perché ci sono distribuzioni mirate che sono più facili da usare di Windows, ambienti con desktop manager e gestori del sistema strutturati per essere come, se non meglio, di quelli di macOS. Però alla fine chi compra un pc lo fa con Windows già caricato a bordo, oppure prende un Mac. Che, oggi, con il nuovo chip proprietario Apple Silicon, è diventato un po’ meno compatibile con Linux di prima (ma non temete: la community ci sta lavorando). In conclusione: la promessa di avere Linux nei personal computer della metà degli utenti del pianeta non si è realizzata. Peccato.

2 – Non è più veramente “open”

Linux ha perso anche una battaglia ideologica molto importante: il sistema operativo “open” e “free” per definizione, alfiere di un sistema in cui tutti possono vedere il codice sorgente del software e modificarlo a piacimento, è diventato la base di una serie di piattaforme chiuse. E questo non è un bene.

La licenza di distribuzione e d’uso di Linux non è stata pensata per impedire che, per esempio, Google lo usi sui suoi server e sui telefoni Android, Amazon sul suo cloud, Ibm sui suoi server. Però gli utilizzatori di Linux in questo caso lo sfruttano per costruire piattaforme proprietarie. Il lavoro gratuito di migliaia e migliaia di sviluppatori volontari è stato usato per arricchire i proprietari del codice e Linux è diventato (anche) una commodity che fa il gioco dei big tech, senza ricevere niente in cambio.

3- L’influenza (negativa) dei big del tech

Chi sono i più grandi contributori del codice del kernel di Linux e delle varie componenti open source? La leggenda vuole che siano studenti e giovani programmatori volontari di tutto il pianeta che, mossi dalla loro etica, si dedicano gratuitamente al grande progetto “open”. Non è più così.

La realtà invece è che grandi aziende come Intel, Ibm, Samsung, Oracle, Google, Amazon e da qualche tempo anche Microsoft (ma non dimentichiamoci di Hp e decine di altri) pagano i loro dipendenti per lavorare in orario di ufficio a Linux e completare una serie di componenti del kernel e di altre parti del sistema operativo open. Diventando anche responsabili di determinate aree o di nuovi progetti. Lo scopo? È riassunto nel vecchio detto: “Se non puoi combatterli, unisciti a loro“.

Intel, Ibm, Microsoft e tutti gli altri vogliono che Linux vada nella direzione tecnologica che conviene a loro, che supporti le loro tecnologie e hardware, che insomma sia un sistema fatto a loro immagine e somiglianza. Così, i Linux Day (e gli Install Day), i vecchi appassionati che girano a fare proseliti e insegnare ai “newbie” come installare Ubuntu o la Debian e le altre attività della community di volontari (compresi gli adesivi gratuiti che gli studenti appiccicano sul coperchio del loro pc) sono diventati una specie di facciata folkloristica.

4 – Spaghetti code

L’espressione, chiariamolo subito, è provocatoria e palesemente esagerata: “spaghetti code” era il termine usato negli anni Settanta e successivi per indicare programmi il cui codice sorgente era confuso e confusionario, soprattutto per l’uso del goto al posto dei costrutti della programmazione strutturato. Lo sviluppo di Linux gestito ancora da Linus Torvalds è fantastico, ma non così il mondo delle distribuzioni e soprattutto la documentazione per gli utenti finali. Là regna il caos.

Accanto ad alcune distribuzioni “maggiori” che curano particolarmente la documentazione, c’è un vero e proprio spezzatino in cui trovare la tecnologia o l’informazione che serve diventa un incubo. Senza contare che le distribuzioni e i software open collegati vanno a mode: per un periodo hanno centinaia di sviluppatori e poi vengono abbandonate, lasciando gli utenti finali nei pasticci.

5 – Il kernel sbagliato

Quando Linus Torvalds ha deciso di creare Linux, era all’università e l’ha fatto in polemica con un famoso professore di sistemi operativi, Andrew S. Tanenbaum, una specie di superstar del settore nonché il creatore del sistema operativo “didattico” Minix, che era una alternativa accademica nettamente migliore di Unix. Al centro della scelta per l’architettura di Linux fatta da Torvalds c’è stata quella di sviluppare un kernel di tipo monolitico (anche se poi modularizzato).

Invece, Tanenbaum aveva e ha dimostrato che l’approccio opposto, cioè con un micro-kernel, è superiore e avrebbe reso Linux molto più efficace e più adatto sia ai processori multicore (che nel 1991 non erano ancora una opzione) e in prospettiva per i servizi distribuiti nel cloud. Linux ha vinto una battaglia che sarebbe stato meglio aver perso.

The post 5 vittorie e 5 sconfitte dei primi trent’anni di Linux appeared first on Wired.

Il sistema operativo open source ha cambiato per sempre internet e l'industria del software ma non è riuscito a vincere alcune delle sue sfide più importanti

Ascesa e caduta della startup che prometteva di rivoluzionare i test sanitariElizabeth Holmes, fondatrice ed ex ad della...
31/08/2021

Ascesa e caduta della startup che prometteva di rivoluzionare i test sanitari

Elizabeth Holmes, fondatrice ed ex ad della startup Theranos (Yichuan Cao/NurPhoto/Getty Images)

Dieci anni senza mai arrivare al “go to market”. Ora la parabola di Theranos, startup nata nel 2003, capace di raccogliere 700 milioni di dollari di investimenti e raggiungere una valutazione di 9 miliardi, rischia di terminare nel peggiore dei modi, con il processo per frode che si apre oggi, 31 agosto a San Jose, in California. Dopo quattro anni e una maternità, la fondatrice Elizabeth Holmes, che si dichiara innocente, si trova alla sbarra: rischia vent’anni di carcere.

Fino all’ultima goccia di sangue

Crasi tra le parole “therapy” e “diagnosis”, l’azienda fondata dalla oggi trentasettenne Holmes prometteva di eseguire test diagnostici ovunque – supermercati, farmacie, centri commerciali – con una sola goccia di sangue e senza bisogno di aghi grazie a un macchinario innovativo e di dimensioni ridotte. Bastava una sola goccia di sangue per ottenere i risultati, dal cancro all’Hiv. La rivoluzionaria tecnologia aveva proiettato l’imprenditrice statunitense, occhi chiari sempre spalancati e voce profonda (su cui aleggia qualche dubbio fosse una posa), nell’Olimpo dei miliardari non ancora trentenni, al pari del patron di Facebook Mark Zuckerberg e pochi altri.

Ma sin da subito i problemi ingegneristici si sono rivelati in gran parte inaffrontabili per lo staff, che lavorava rinchiuso in un gigantesco e inaccessibile quartier generale a Palo Alto, con complicatissime procedure di sicurezza a garantire la privacy e bodyguard con spalle larghe e orecchino d’ordinanza piazzati difendere gli ingressi.

Dietro le vetrate dall’apparenza amichevole di una sede faraonica in pieno stile Silicon Valley pare che aleggiasse il terrore, distillato in dosi da cavallo dalla Holmes stessa e dall’ex compagno Ramesh “Sunny” Balwani, vent’anni di più. Balwani, ex startupper di successo con una exit milionaria già alle spalle, era stato ingaggiato nel 2009 per essere a capo delle operazioni e, in seguito, presidente.

La cultura aziendale imposta dalla coppia era semplice, hanno raccontato ex dipendenti: chi dissentiva o si poneva dubbi di carattere etico – legittimi, trattandosi di salute – veniva ridotto al silenzio. I dipartimenti non potevano comunicare tra loro, le mail erano controllate e persino le conversazioni tra colleghi erano malviste. I licenziamenti, ovviamente, erano all’ordine del giorno.

I primi dubbi

Nei primi anni 2000 Holmes era una celebrità che passava dalla radio alle televisioni alle copertine dei giornali. Di presentazione in presentazione, la sua allure conquistava investitori di primo piano, che si accontentano di brevi pitch e qualche slide prima di firmare sostanziosi assegni sulla base del passaparola e dell’hype. I primi capitali arrivarono da contatti familiari. Seguirono il fondatore di Oracle Larry Ellison e grandi della finanza internazionale come la famiglia Walton di Walmart (150 milioni), Rupert Murdoch (125), il miliardario messicano Carlos Slim, l’italiano John Elkann. C’era anche la politica: ebbero un ruolo personaggi estremamente noti come Henry Kissinger e l’ex segretario di Stato dell’amministrazione Reagan George Schultz, uno tra i principali attori della distensione.

Holmes aveva creato una scatola perfetta, ma il contenitore era vuoto. Il disastro è venuto alla luce grazie a due ex dipendenti che raccontarono quanto avevano visto e all’inchiesta del giornalista John Carreyrou, ai tempi al Wall Street Journal. Testata allora controllata da Rupert Murdoch. L’editore, nonostante le pressioni ricevute, scelse di non intervenire: p***e molto denaro, ma preservò l’integrità del quotidiano. Il castello sarebbe crollato di lì a poco: Carreyrou scoprì che i test venivano effettuati con normalissimi macchinari diluendo la goccia di sangue prelevata. I pochi in cui veniva utilizzato il sistema Theranos erano inaffidabili.

La strategia difensiva

Nel 2018 Holmes ha trovato un accordo con la Sec (l’autorità statunitense che controlla i mercati) e ha chiuso la società. Ma oggi si apre il processo per frode contro pubblico e investitori, da cui sono già stati esclusi oltre duecento giurati per incompatibilità. Ci saranno procedimenti separati per la fondatrice e Balwani, una decisione che consentire alla ex coppia di accusarsi a vicenda senza mai arrivare a un confronto.

La strategia difensiva di Holmes potrebbe essere quella di presentarsi semplicemente come il volto pubblico dell’azienda, la cui gestione sarebbe stata lasciata a Balwani. Non solo: “Sunny” sarebbe stato un partner violento, e la relazione, in alcune dichiarazioni preliminari, è stata definita come caratterizzata da un “pattern abusivo e di controllo coercitivo”. Entrambi si dichiarano non colpevoli.

Il sistema startup sotto processo

In caso di condanna, Holmes potrebbe essere una delle poche a pagare in un ambiente, quello della Silicon Valley, in cui pochi si sono chiesti come una diciannovenne con pochi corsi di biologia alle spalle avesse potuto mettere in piedi una startup biomedicale dal valore miliardario. Comunque vada, nota il New York Times, una conseguenza c’è già: alle giovani imprenditrici del settore oggi viene spesso chiesto se conoscono la storia di Theranos. Anche se con la parabola di Holmes non c’entrano nulla.

The post Ascesa e caduta della startup che prometteva di rivoluzionare i test sanitari appeared first on Wired.

La parabola di Theranos, la società che prometteva di eseguire test diagnostici con una sola goccia di sangue. Negli Stati Uniti va a processo la fondatrice Elizabeth Holmes

Anche Amazon sperimenta i pagamenti a rate nell’ecommerceIl logo della piattaforma di ecommerce Amazon (foto di Florian ...
30/08/2021

Anche Amazon sperimenta i pagamenti a rate nell’ecommerce

Il logo della piattaforma di ecommerce Amazon (foto di Florian Gaertner/Photothek via Getty Images)

Amazon entra nel mondo del “compra ora, paga dopo”, grazie a una collaborazione con Affirm, società fintech californiana specializzata nell’abilitare il servizio di pagamento a rate per il commercio al dettaglio. Questa settimana sarà avviato il test con alcuni clienti selezionati negli Stati Uniti per verificare il funzionamento della partnership, che permetterà ai clienti di suddividere il costo degli acquisti effettuati sull’ecommerce superiori a 50 dollari in pagamenti mensili. Una nota congiunta precisa che “i clienti non saranno ricaricati con commissioni nascoste o di ritardo”. Nei prossimi mesi il servizio sarà esteso a fasce di utenza sempre più ampie.

Le azioni di Affirm sono salite del 33% nella fase successiva alla chiusura della Borsa venerdì 27 agosto, dopo che l’annuncio è stato diffuso. La fintech ha gestito un volume lordo di 2,3 miliardi di dollari di vendite, in aumento dell’83% anno su anno nel terzo trimestre fiscale finito a marzo 2021, con ricavi di 230,7 milioni di dollari, in aumento del 67% rispetto allo stesso periodo del 2020. Il fatturato previsto per l’anno in corso è di 824-834 milioni di dollari. A oggi i merchant serviti sono 12mila, raddoppiati rispetto a un anno fa.

Il mercato dei pagamenti a rate

Il mercato globale nel settore dei pagamenti rateali online valeva 4 miliardi di dollari a livello globale e, secondo gli analisti di Grand view research, società di ricerca per il mercato di investimento, crescerà fino a 20,4 miliardi entro il 2028 con un tasso aggregato di incremento annuo del 22,4%.

Anche Apple ci ha messo gli occhi, progettando di lanciare un servizio in collaborazione con Goldman Sachs. Secondo quanto emerso a luglio, Apple Pay Later permetterà di pagare in quattro rate ogni due settimane, senza interessi (“Apple Pay in 4”), oppure nell’arco di più mesi, ma con un interesse. Apple Pay genera ricavi da 50 miliardi di dollari a Cupertino e Apple Card offre già la possibilità di dividere gli acquisti a rate, ma solo per acquistare prodotti del brand. Apple Pay Later sarebbe pronto per qualsiasi transazione.

Jack Dorsey, fondatore di Twitter e amministratore delegato della fintech Square, ha stretto un accordo con la società australiana Afterpay, che opera nello stesso mercato, per l’acquisto dell’intero pacchetto azionario per 29 miliardi di dollari, con un 30% di premio su quello che era l’ultimo prezzo di chiusura prima dell’offerta lanciata a inizio agosto. L’affare verrà chiuso nel primo trimestre del 2022. Segno che per il mondo fintech il tema del pagamento a rate è centrale.

Altre aziende come PayPal, Mastercard e American Express si sono mosse nel settore che ha fatto le fortune di Klarna, la più grande fintech europea (45 miliardi di dollari di valutazione). La compagnia svedese ha ottenuto il terzo round di finanziamento di 639 milioni di dollari a giugno, dando il via a una calda estate nel mondo “buy now pay later” , un metodo di pagamento apprezzato per lo più da generazione Z e Millennial. Generalmente queste startup trattengono una commissione dagli esercenti, ma possono sfruttare il servizio come un canale di marketing aggiuntivo per raggiungere clienti, che solitamente pagano un costo in caso di ritardo nel pagamento automatico.

The post Anche Amazon sperimenta i pagamenti a rate nell’ecommerce appeared first on Wired.

Via al test "compra ora, paga dopo" con Affirm negli Stati Uniti. Anche Apple e Jack Dorsey di Twitter si lanciano in un mercato che ha fatto la fortuna della più grande fintech europea, Klarna

Indirizzo

Via Graglia 11
Turin
10136

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando ArtCava Projects pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a ArtCava Projects:

Condividi