17/08/2026
Ci sono tornato. Sotto l'albero, intendo. Non subito, eh, ci ho pensato su. Un uomo della mia età non corre sotto gli alberi al primo impulso, si informa prima.
E lui è sempre lì. Certo che è sempre lì, cosa credevate, che scendesse per me? Non ho neanche fatto in tempo a salutare, e già capivo che tra i due, quello con più buonsenso non ero io.
Gli ho detto una cosa, però. Gli ho detto: "Guarda che io la tua storia la conosco. Mica da ieri". E lui — be', lui non risponde, ovviamente, sta su un albero mica al centralino. Ma un'idea di cosa penserebbe ce l'ho, e non è lusinghiera.
Comunque. Non sono venuto qui per parlare solo di lui. Anche se, diciamocelo, sarebbe già interessante da solo.
C'è una faccenda che mi riguarda più da vicino di quanto vorrei ammettere pubblicamente, e vorrei ricordare che io le cose le ammetto solo se strettamente necessario. Ha anche un nome, pensate. Gliel'hanno dato loro, al Cielo Capovolto, che per i nomi lunghi hanno sempre avuto un debole: "Non ci resta che ricordare". Ieri e oggi, poi, ma questo ve lo spiego un'altra volta, che non si può dire tutto subito, altrimenti che gusto c'è.
Una cosa però ve la racconto, prima che qualcuno si faccia idee sbagliate: non porto niente io, quella sera. Anzi no: porto la Olivetti, quella viene sempre, non si tira mai indietro, è più affidabile di certi miei conoscenti. Ma voi portate un oggetto vostro. Non uno qualsiasi, mi raccomando: ne ho visti già troppi, di oggetti qualsiasi, in una vita di scrivanie. Uno che vi abbia davvero cambiato la vita. E poi lo raccontate. A me, a voi, a chi vi siede accanto. Questo ancora non l'ho deciso, sinceramente, e non è detto che lo deciderò prima della serata stessa.
Del resto vi dirò a tempo debito. Non abbiate fretta: io non ne ho mai avuta, e guardate come sono finito.
🗝 Silas Einaudi
® Marialberti Studio | 2026