10/01/2026
La mia intervista alla nuova Direttrice del Macro Cristiana Perrella sul quotidiano La Notizia pubblicata oggi.
Abbiamo affrontato il tema del confronto culturale a Roma tra città e istituzioni partendo dal nuovo corso del Museo.
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UN NUOVO CORSO AL MUSEO MACRO. L'ARTE IN DIALOGO CONTINUO CON LA CITTÀ
Direttrice Cristiana Perrella, si aspettava una tale affluenza all’inaugurazione dell’11 Dicembre scorso?
E’ stato molto bello per me un abbraccio della città inaspettato in questi termini, così tanti giovani. Quello che vorrei per Macro è esattamente questo, vorrei pubblici diversi, mi è sembrato che come inizio ci fossero le basi.
Ho letto in questi giorni che in questa ripartenza si definisse il suo ruolo al servizio dell’Istituzione Museo Macro per inserirla nella città, nel tessuto del territorio, mettendo la sua idea di arte lateralmente, non mettendo la sua funzione di Direttrice in primo piano.
Ho molto presente la differenza di lavorare come curatrice indipendente e di dirigere un’istituzione, perché nella mia vita ho alternato in maniera continua queste due funzioni. Ho iniziato lavorando con l’Accademia Britannica a Roma dove ho diretto il programma d’arte contemporanea per undici anni, poi ho fatto un periodo lungo, di nuovo, fino al 2018, di lavoro indipendente, anche se ho lavorato sempre molto con le istituzioni, però da esterna, per esempio con Maxxi.
Mi sembra sempre interessante contestualizzare, situare l’azione delle istituzioni, perché io personalmente trovo tanto noiosi quei musei così genericamente internazionali e mi interessa sempre molto quando, invece, mi raccontano cose che non so e cose, appunto, individuate rispetto a un luogo, che non significa fare il Museo locale, fare il Museo provinciale, ma cercare cosa di quel territorio può diventare interessante a livello globale.
E' mancata un po’ la riconoscibilità del Macro in questi anni?
Non proprio al Museo abbiamo avuto dei passaggi di governance complessi. Allo stesso tempo, però, ha permesso, soprattutto nell’ultima parte, quindi dal 2017 ad oggi, una sperimentazione sui formati della museologia piuttosto radicale.
Con Giorgio De Finis c’è stato un cambio di marcia… Lei intende recuperare questa parte di ricognizione del tessuto artistico che lui ha avviato? Ho visto già con Unaroma qualcosa…
Esatto, ma anche con la mostra curatadia Giulia Fiocca e Lorenzo Romito, di Stalker sulla città.
La programmazione è molto breve, quindi capivo perfettamente anche l’approccio di chi mi ha preceduto sia Giorgio che Luca Lo Pinto che hanno guardato al Museo come a un progetto di breve durata su cui imprimere una propria impronta.
Una connotazione chiara.
Anche giustamente provando a lavorare in modo sperimentale. Forse in questo momento credo che la collettività abbia bisogno di qualcosa di diverso a Roma, trovare la maniera di dare a questo luogo un’identità, un ruolo condiviso e riconosciuto indipendentemente da chi lo dirige.
Parliamo di Jonathas De Andrade, lei ha assunto un ruolo nell’anno del Giubileo in Conciliazione 5, lo spazio del Vaticano: che valutazione fa di questo incarico?
Devo dire una delle cose più interessanti che mi è capitato di fare perché è un progetto che parte dalla visione di una persona che è decisamente fuori dal comune, il Prefetto del Dicastero Vaticano, il Cardinale Jose Tolentino De Mendoza che è un poeta portoghese, con una competenza nell’arte contemporanea che raramente mi è capitato di trovare all’interno di ruoli come il suo.
Ragionando sul percorso volevamo seguire i temi della Bolla di indizione del Giubileo di Francesco, sul tema della povertà è stato il cardinale che mi ha proposto De Andrade: "questa estate sono stato in Brasile e ho visitato il suo studio”, immagini, non so, qualsiasi Ministro della cultura italiana che fa un discorso del genere!...
La comunità delle suore secolarizzate " Sorelle senza nome" come sono state avvicinate?
Anche qui attraverso il Cardinale. Loro si trovavano al San Michele a Piazzale Tosti, zona Tor Marancia.
Rimanendo sulle prime tre mostre che lei qui ha curato, sono già una sorta di manifesto, di indirizzo programmatico? L’idea di radicamento nel tessuto sociale e anche la mostra curata da Stalker dà un quadro anche attuale, c’è un dibattito pubblico in corso sulla “rigenerazione urbana” in città, questione proprio di queste settimane.
C’è anche un discorso di modello di città.
Ma lei vuol dare spazio? Permettere che il dibattito…
A me interessa soprattutto questo, un luogo di scambio, di dibattito, questa è la componente fondamentale.
Ho assistito di recente a una prima conferenza nata dal basso, dal Comitato di cittadini che si occupa degli Ex Mercati Generali, ad esempio, che, forse, ora è il sito sotto maggiore attenzione da parte dell’amministrazione comunale. Sembra ci sia una crescente attenzione dei cittadini con una modalità di partecipazione che può portare degli sviluppi inesplorati. E’ una situazione che sembra paradigmatica per capire ciò che avverrà nei prossimi anni.
Un Museo può essere uno dei luoghi di dibattito ma anche di dialogo tra l’amministrazione e i cittadini. Questo è il ruolo del Macro. Per esempio, il progetto di Stalker ha una parte assembleare importante, prevede incontri tra comunità e istituzioni, tra ricercatori e comunità, riportare informazioni, idee, scambio che stiamo costruendo con Stalker, ma anche gli assessori Patrimonio, l’Urbaistica…
Incontri pubblici all’interno dello spazio museale ( il primo Gennaio sulla comunità di Spin Time, ndr).
Sì, nello spazio che era proprio previsto, la mostra ha uno spazio con l’archivio fatto a forma di “Corviale”, dall’altra parte c’è questo spazio di racconto più lineare dei movimenti per la casa, la timeline raccontata attraverso questa colonna di gessi, si fa nel corso della mostra, perché lei, Jessy Birtwistle, ci lavora in mostra.
C’è un’altra mostra che lei ha curato su Dissonanze che recupera un’esperienza della sua carriera.
Anche lì è interessante come Dissonanze sia nato da una persona, mi piaceva anche raccontare Roma dove, ad esempio, l’arte è vista attraverso iniziative dal basso, questi anni hanno visto la nascita di tanti spazi autogestiti, tante iniziative ad opera dei curatori.
C’è stato un libro di Damiana Leoni che ha fatto una ricognizione proprio dei luoghi.
Sì ma direi anche che il clima non sia proprio quello del mercato - che c’è a Roma - né quello delle istituzioni che risolvono, ma, invece, è proprio quello delle persone.
Lo stesso avviene nella mostra di Stalker, in senso urbanistico con il recupero di parti della città.
Lo stesso secondo me racconta il lavoro di Jonathas De Andrade che è un lavoro che parla anche lì dell’autodeterminazione delle persone, queste donne che all’interno di una comunità religiosa non si trovano più con le regole, con la situazione di una dittatura militare, vengono qui e continuano ad affermare, fuori di ogni comodità, la possibilità di cambiare le cose e lo stesso lo fa Giorgio Mortani con dissonanze. cioè lui aveva pensato che Roma potesse essere un luogo d’incontro con culture digitali, aveva pensato potesse essere qualcosa che facesse parte della città, quindi portata dentro le istituzioni, dentro le architetture storiche, moderniste, l’architettura contemporanea a far parte di un’idea di città.
Può dare ai nostri lettori, in conclusione, un'anticipazione sul programma del Museo?
Monica Bonvicini sarà la nostra prossima grande mostra a Maggio.
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