21/08/2026
Comunicato stampa
Tre Martiri. Intollerabili i commenti oltraggiosi che offendono la memoria dei partigiani riminesi uccisi dai nazifascisti
Da oltre cinquant’anni l’Istituto per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea della provincia di Rimini svolge un’intensa attività didattica nonché di ricerca e diffusione della coscienza storica, con la consapevolezza che ciò che oggi latita paurosamente, con conseguenze tangibili sul clima del Paese e sulla concreta agibilità della vita democratica, è non solo la conoscenza storica insieme alla delegittimazione dei saperi, ma l’indifferenza per la ricerca della verità, la sua costante manipolazione a ogni livello.
Ne abbiamo l’ennesima prova in questi giorni con gli ingiuriosi e ignoranti interventi che sono susseguiti alla commemorazione dei Tre Martiri riminesi, che coraggiosamente e generosamente si opposero all’oppressione nazi-fascista.
Mentre lo storico dovrebbe farsi mediatore tra la conoscenza del passato e la consapevolezza dei nostri giorni, attraverso un continuo esercizio di critica, che aiuti a fare esperienza di storicità, ovvero a leggere la complessità del mondo, si assiste sui social e sugli organi di informazione a un addomesticamento della storia, per farla entrare nella contemporaneità o addirittura nella vita privata.
Mario Capelli, Luigi Nicolò, Adelio Pagliarani, impiccati il 16 agosto 1944 nella piazza a loro intitolata, fecero parte di quella minoranza di massa che in forma largamente spontanea, dopo vent’anni di dittatura, la fine ingloriosa del fascismo, l’implosione dello Stato e l’abbandono della popolazione a se stessa, si oppose a chi intendeva ristabilire il fascismo, decidendo da che parte schierarsi.
Vale la pena ricordare, che libertà e democrazia nel nostro Paese sono nate combattendo, e che i venti mesi di guerriglia, intesa come guerra di popolo, furono caratterizzati da azione militare e azione politica e di liberazione, in cui confluirono posizioni differenti e visioni diverse della futura democrazia.
La Resistenza, che fu anche civile e non solo militare, con la sua ansia di riscatto e di cambiamento, consentì al Paese di trovare una nuova identità, e di avviare un processo di “costruzione” della democrazia, fondata su una “morale politica” che si era affermata proprio tra il ’43 e il ’45 e condannava senza esitazione il totalitarismo fascista.
Furono gli Alleati a sconfiggere il nazismo e la sua triste appendice fascista, ma dietro loro c’erano i partigiani, grazie ai quali è stato possibile recuperare la dignità del Paese anche a livello internazionale, e ridurre il tempo della giurisdizione alleata sul governo dell’Italia.
Il 21 giugno 1945 Ferruccio Parri, capo partigiano, venne nominato Presidente del Consiglio alla testa di un governo di unità nazionale, che alla fine della guerra poté traghettare l’Italia verso la democrazia, e dal 1° gennaio 1946, a differenza della Germania, che rimase sotto l’amministrazione alleata, la giurisdizione delle regioni settentrionali venne trasferita al governo italiano guidato da Alcide De Gasperi, sostenuto dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, ad eccezione della Venezia Giulia. Se pure, formalmente, la giurisdizione dei Comandi Alleati sull’Italia terminò solo il 15 settembre 1947 con l’entrata in vigore del Trattato di pace.
Sull’esperienza partigiana, che attraverso i CLN fu anche una scuola di democrazia, come hanno documentato gli storici, si sarebbe innestata la nostra Carta costituzionale dal forte valore programmatico.
Si ricorda a chi ricorre al turpiloquio emotivo, che l’insegnamento più grande lasciato dai partigiani è l’importanza di assumersi la responsabilità verso la comunità in cui si vive, praticare il coraggio di non essere indifferenti. Non è necessario essere eroi, semplicemente occorre ricordarsi di essere cittadini
Dunque, “pacificazione sì ma nella verità”, come negli anni Novanta precisò il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Non può esserci amnesia ed equiparazione, poiché “se si parla di morti, va bene: i morti sono morti, rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante”, e questa fu la risposta dell’ex partigiano Vittorio Foa a Giorgio Pisanò, esponente del Movimento Sociale Italiano con un passato nella Repubblica di Salò.
Istituto Storico della Resistenza e dell'Età contemporanea della provincia di Rimini
Rimini 21 agosto 2026
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