12/10/2026
«MI HANNO DETTO DI ANDARE A LAVORARE.»
Non è una battuta. Mi è capitato di sentirmi dire che, visto che lavoro da casa, dovrei andare a lavorare otto ore al giorno. Qualcuno ha aggiunto anche il pigiama.
Il pigiama mi ha fatto sorridere. L’idea che il mio lavoro conti meno perché lo svolgo da casa, invece, mi ha fatto riflettere.
Lavoro nel settore informatico da oltre vent’anni. Ho lavorato anche in azienda, con colleghi, orari e responsabilità. Oggi lavoro prevalentemente da casa come libero professionista.
Ci sono vantaggi concreti: meno tempo negli spostamenti, la possibilità di concentrarmi quando l’ambiente lo permette e di lavorare con clienti lontani. Nella mia attività ho anche un certo margine per organizzare la giornata, compatibilmente con scadenze e impegni.
Ci sono però anche difficoltà: il confine tra casa e lavoro si assottiglia, si rischia di prolungare la giornata e manca lo scambio spontaneo con i colleghi. Avere il computer vicino non aiuta sempre a chiuderlo.
E poi ci sono le responsabilità del lavoro autonomo: cercare e seguire i clienti, preparare preventivi, occuparsi dell’amministrazione e pianificare ferie e periodi senza incarichi.
Qui va fatta una distinzione: lavorare da remoto e lavorare come freelance sono due cose diverse. Un dipendente può lavorare da casa; un freelance può lavorare in ufficio. Le condizioni e il grado di autonomia dipendono dal ruolo e dagli accordi.
Non racconto tutto questo per dimostrare che lavoro più di qualcun altro. Le otto ore hanno un valore nell’organizzazione del lavoro, ma la presenza, da sola, non racconta la qualità di ciò che facciamo.
La libertà di organizzare il proprio tempo non significa avere tutto il tempo libero.
Vorrei che imparassimo a guardare anche ai risultati, alla cura e agli impegni rispettati. Perché il lavoro ha valore in ufficio, in un laboratorio, in un negozio e anche davanti a un computer a casa.
Vi è mai capitato di dover spiegare che state lavorando, anche se non siete usciti di casa?