Valerio Bellone

Valerio Bellone "We move forward with the world, as our thinking shapes our journey through it."

Molti oggi mi conoscono come insegnante e autore di saggi sul Tai Chi; altri mi ricordano come fotoreporter. Pochi sanno...
07/10/2026

Molti oggi mi conoscono come insegnante e autore di saggi sul Tai Chi; altri mi ricordano come fotoreporter. Pochi sanno che da "appena" 22 anni lavoro nel digitale, in particolare nel settore web: oggi lo faccio con WPixo (wpixo .com).

È una competenza che non ho mai lasciato andare e fa parte del mio lavoro. La uso qui per spiegare cosa sta accadendo nel mondo digitale a chi non è del settore ma ha alcune intuizioni prive di certezze.

L'automazione spiegata con una patata.
Per capire cosa sta accadendo con AI, robotica e automazione uso un parallelismo semplice.

Un tempo c'erano persone che per mestiere sbucciavano patate. Poi qualcuno inventò il pelapatate: il lavoro divenne più comodo, il risultato migliore. L'inventore del pelapatate si arricchì, i lavoratori restarono al loro posto con uno strumento in più.

Poi arrivò la macchina che sbuccia le patate da sola. Chi la inventò si arricchì molto di più. Chi sbucciava patate fu licenziato: non serviva più.

Fin qui, nulla di nuovo. È la storia di ogni rivoluzione tecnologica: alcune mansioni scompaiono, altre nascono, e il lavoro si sposta altrove.

La differenza, oggi, sta nell'obiettivo. Non si lavora più a singole invenzioni che trasformano una mansione. Si lavora, dichiaratamente, a sistemi capaci di sostituire il contributo umano in quanto tale: fisico, cognitivo, creativo. E se ogni mansione è automatizzabile, non esiste più un "altrove" in cui spostarsi per lavorare.

Che tale traguardo (assurdo) non sia ancora stato raggiunto non rende la questione meno seria. Conta la direzione, e conta chi la decide.

Lo scenario verso cui si rischia di andare è questo:
→ il lavoro umano perde valore economico, e con esso potere contrattuale;
→ un reddito universale minimo garantisce la sussistenza e poco altro: abbastanza per non protestare, non abbastanza per contare qualcosa nel mondo o per poter anche solo sognare;
→ ricchezza, risorse e strumenti di controllo si concentrano nelle mani di chi possiede le tecnologie (la politica presta solo il fianco).

Pochi che non hanno più bisogno dei molti: un equilibrio che la storia non ha mai conosciuto.

Ogni volta che integriamo questi strumenti nel nostro modo di lavorare partecipiamo, più o meno consapevolmente, a questa trasformazione.

Siamo sicuri che questo futuro al quale stiamo contribuendo, spesso inconsapevolmente, sia quello che vogliamo?

Un evergreen... da applicare alla lettera.
02/10/2026

Un evergreen... da applicare alla lettera.

Non a tutti si insegna tutto.

Nelle scuole tradizionali di Taijiquan esisteva un elenco preciso: dieci categorie di persone a cui il maestro non doveva trasmettere l'arte. Si chiama Shi Buchuan ed era un manuale della famiglia Yang che venne tramandato dalla famiglia Wu.

Non parla di tecnica. Parla di carattere: di chi è incostane o abbandona lungo il percorso, di chi dimentica il maestro appena ottenuto ciò che voleva, di chi non ha «il cuore di chi porge la scarpa», di chi non ha rispetto, di chi è arrogante anziché umile...

Queste regole andrebbero applicate ancora oggi, alla lettera. Ma non riguardano chi viene al parco o frequenta una classe aperta.

Chi riguardano, allora?

Scoprilo leggendo tutti e dieci i precetti nell'articolo, con il testo cinese e la traduzione: https://taijigate.it/articoli-e-news/a-chi-non-insegnare-il-tai-chi/

Li avevo sempre pensati come testi distinti, nati da fasi di lavoro talvolta separate e altre volte sovrapposte.Vederli ...
21/09/2026

Li avevo sempre pensati come testi distinti, nati da fasi di lavoro talvolta separate e altre volte sovrapposte.

Vederli oggi insieme, stampati e finalmente riuniti, mi permette di cogliere con maggiore chiarezza il mio disegno complessivo.

Non ho scritto tre libri su tre "Taijiquan" diversi. Sono tre prospettive sulla stessa domanda: che cosa rende il Taijiquan ciò che è, al di là delle forme, dei nomi degli stili e delle semplificazioni moderne?

- Il primo volume risale alla matrice comune, attraverso i Classici di Wang Zongyue, Wu Yuxiang e Li Yiyu.

- Il secondo entra nel linguaggio tecnico e nei metodi di lavoro della tradizione Chen.

- Il terzo riporta la tradizione Yang alla sua profondità teorica e marziale, attraverso le fonti, i manuali e la storia della sua trasmissione.

Non sono manuali per imparare sequenze, ma strumenti di studio per chi desidera comprendere che cosa contengono realmente le forme che pratica e quali principi danno loro significato.

Adesso posso guardarli per quello che sono: un unico percorso in tre volumi.

Con questa trilogia sento di aver portato a compimento il contributo che desideravo offrire alla comunità italiana del Taijiquan.

Il prossimo passo sarà portare questo lavoro oltre i confini italiani: in lavorazione le edizioni in lingua inglese. 🙏🏻☯️

Tre volumi dedicati ai Classici del Taijiquan: Wang, Wu e Li e manuali stile Chen e tradizione Yang, con traduzioni dal cinese e commentari.

Dopo quasi dieci anni di studio dei testi antichi, traduzioni, confronti e riscritture, con “Classici e scritti tradizio...
01/09/2026

Dopo quasi dieci anni di studio dei testi antichi, traduzioni, confronti e riscritture, con “Classici e scritti tradizionali del Taijiquan stile Yang” arriva a compimento un percorso iniziato nel 2017.

All’inizio non pensavo affatto di scrivere quella che sarebbe poi diventata una trilogia. Volevo semplicemente costruire per me un manuale di studio. Poi ho capito che, prima di provare a elaborare una mia sintesi del Taijiquan, era necessario tornare alle fonti e ascoltare ciò che i maestri avevano realmente lasciato per iscritto.

Sono nati così prima “I tre Classici del Taijiquan di Wang, Wu e Li”, poi il volume dedicato alla tradizione Chen e, infine, questo libro sullo stile da cui proviene la mia formazione.

Questo nuovo volume è, per alcuni aspetti, il lavoro più maturo dei tre. Pur potendo essere letto autonomamente, rimane però profondamente legato al primo libro sui Classici di Wang, Wu e Li, del quale rappresenta, sotto molti aspetti, una naturale prosecuzione e un ulteriore approfondimento.

Il Taijiquan Yang è oggi lo stile più diffuso al mondo, ma proprio per questo anche uno dei più semplificati e fraintesi. Nei suoi testi tradizionali emerge invece qualcosa di molto diverso dall’immagine di una lenta “ginnastica dolce”: struttura, radicamento, vuoto e pieno, ascolto, aderenza, trasformazione, emissione della forza, pratica marziale e uso delle armi tradizionali.

Il libro nasce soprattutto dal desiderio di riportare il praticante dello stile Yang alle fonti, distinguendo le narrazioni di lignaggio non verificabili, le semplificazioni che nel tempo hanno alterato la comprensione del metodo e ciò che invece trova un riscontro concreto nella pratica e nelle fonti scritte della tradizione.

Con questo terzo volume si conclude la trilogia.
La ricerca, naturalmente, continua. 🙏🏻☯

Taiji Gate

L’idea stessa di luogo è un’illusione. Un luogo non esiste fuori di noi come una realtà immobile: prende forma nella men...
21/08/2026

L’idea stessa di luogo è un’illusione. Un luogo non esiste fuori di noi come una realtà immobile: prende forma nella mente, nei ricordi che leghiamo a momenti ormai svaniti e che i nostri attaccamenti tentano ostinatamente di trattenere.
Dopo molti anni torniamo in un luogo: è ancora lo stesso? La luce scorre sulle cose, la temperatura muta, le forme si consumano e la vita che lo attraversa non è più quella di allora. Possiamo davvero considerare ciò che ci sta innanzi lo stesso luogo? Che cos’è, dunque, un luogo, se non il temporaneo incontro di forme e condizioni che, nell’istante stesso in cui lo nominiamo, ha già cominciato a trasformarsi?
Tutto è mutamento. Ogni cosa sorge, si trasforma, declina e ritorna, senza mai arrestarsi. Noi, tuttavia, cerchiamo continuamente di fissare i momenti, di cristallizzarli e farne punti di riferimento stabili, nel tentativo di sottrarli al corso del mutamento per renderli "eterni".
Per trattenere ciò che per sua natura non può essere trattenuto abbiamo inventato, tra le altre cose, la scrittura, la pittura, la scultura, la fotografia, il cinema, i riti, le credenze religiose e le superstizioni. La paura che ogni forma muti, muoia e rinasca in altra forma ci ha resi straordinariamente creativi. Una creatività che, il più delle volte, è anche un modo per esorcizzare la paura della morte.
A ben vedere, l’intera civiltà umana si è sviluppata e continua a svilupparsi in risposta a questa paura. Anche le tecnologie più recenti, con la loro promessa di conservare, riprodurre e prolungare ogni cosa, possono essere interpretate come tentativi sempre più sofisticati - e sempre più disperati - di sottrarsi all’ineluttabilità della fine.
Ma la fine di una forma non è la fine del mutamento.
Che cosa accadrebbe se accettassimo con serenità che ogni cosa è destinata a compiersi e dissolversi? Se riconoscessimo come naturale l’alternarsi dei piccoli e grandi cicli individuali e collettivi? Forse smetteremmo di difendere con tanta ferocia ciò che crediamo di essere. Forse smetteremmo di farci la guerra, di combattere gli uni contro gli altri e di cercare continuamente di primeggiare secondo una logica suprematista, capace di manifestarsi tanto attraverso il dominio materiale quanto attraverso quello intellettuale.
Non inganniamoci: persino l’uomo più colto e apparentemente aperto al mondo, quando viene messo alle strette e si convince che la presenza di un altro essere umano possa minacciare la sua vita e quella di coloro che considera la propria "stirpe", può vedere dissolversi in un istante tutta la sua cultura e trasformarsi nel più fascista degli uomini. Che cosa possiamo allora aspettarci dall’uomo ignorante, cresciuto imparando a conoscere la vita soltanto attraverso la separazione e il conflitto?
La risposta, se esiste, forse non risiede in un’altra teoria frutto dell'intelletto, ma nel ritorno alla contemplazione della natura di tutte le cose, come avrebbe fatto un antico nativo americano o australiano, al fine di imparare a non trattenere ciò che è nato - dalla medesima fonte - per passare e trasformarsi.

Ho imparato che definire come debba essere qualcun altro è molto più semplice che confrontarsi davvero con ciò che rigua...
25/07/2026

Ho imparato che definire come debba essere qualcun altro è molto più semplice che confrontarsi davvero con ciò che riguarda sé stessi.
Le etichette sono rassicuranti. “Occidente”, “Oriente”, “vero”, “falso”, “buono” e “cattivo”… Sono categorie che danno l’illusione di aver compreso la realtà prima ancora di averla osservata. L’argomentazione richiede fatica. L’autocritica ancora di più. Eppure è proprio lì che, a mio avviso, si aprono le possibilità più interessanti di trasformazione.
Ho passato buona parte della mia vita a mettere in discussione le mie convinzioni. Una dopo l’altra. Non per il gusto di distruggerle, ma per capire cosa rimanesse una volta rimosso il velo dell'ego, che trasforma abitudini, educazione ricevuta e pregiudizi ereditati in verità interiori incontestabili.
Nella cultura dell’antica Cina questo percorso veniva espresso in molti modi. Uno di essi era il Dao (道): non una dottrina da imparare, ma una direzione verso cui orientare la propria esistenza, nella quale ogni convinzione che cade ne lascia emergere un’altra. È allora che si comprende come il lavoro più importante non sia aggiungere nuove idee, bensì togliere ciò che impedisce di vedere con maggiore chiarezza. Quella chiarezza che spesso arriva dopo una contemplazione, una meditazione o la ripetizione di un movimento vissuto con ascolto profondo.
Per questo motivo condivido riflessioni. Non perché ritenga di avere qualcosa da insegnare nel senso assoluto del termine, ma perché il mio vivere mi ha condotto a formulare certe domande e ad attraversare certe esperienze. Non riporto frasi lette qua e là solo perché suonano profonde. Cerco piuttosto di dare forma a ciò che ho vissuto, nel limite delle mie possibilità, attraverso l’esperienza.
Nel Tai Chi questo è un principio fondamentale: prima di cercare di comprendere l’altro occorre imparare a osservare se stessi. È un lavoro che non si esaurisce.
Se talvolta le mie parole possono sembrare giudicanti, non è questa la mia intenzione. Ogni parola è inevitabilmente imperfetta e ogni lettore la interpreta attraverso la propria lente d'ingrandimento, la propria sensibilità e il proprio linguaggio.
Per questo ogni riflessione che condivido nasce, prima di tutto, da un’auto-osservazione. E da un tentativo continuo di chiarire ciò che, di volta in volta, emerge nel dialogo con me stesso. Il mio punto di partenza non è mai: osservo gli altri e li critico, ma, semmai, osservo il me di ieri e prendo atto di un suo limite. Domani mi accorgerò di un ulteriore limite che oggi ancora non vedo.
Questo crea due mondi. Da un lato c’è l'assunzione della responsabilità di formulare anche critiche, talvolta dure, al macro-sistema umano quando lo vede muoversi nella difesa infantile dell'ego collettivo anziché nella responsabilità della propria evoluzione. Dall’altro c’è la consapevolezza di non avere nulla da insegnare, perché non si è superiori e inferiori a nessun altro individuo, dato che l’altro è parte del medesimo flusso. I due "mondi", quando condivisi, possono sembrare contraddittori, ma per me coincidono.

Con questo spirito, nel 2026 ho pubblicato 'Apri dove sei' (lo trovi nel primo commento come collegamento): 108 "risposte" che, in realtà, cercano soprattutto di stimolare l'auto-osservazione. Non hanno l'intento di offrire soluzioni facili o definitive, ma di invitare a guardarsi dentro.
Trasformarsi è un processo lento, talvolta faticoso, ma profondamente costruttivo. La furberia dell'ego, invece, ricerca scorciatoie: può produrre risultati che nell'immediato sembrano efficaci, ma che spesso si rivelano fragili e destinati a crollare nel breve periodo.

Oggi tutti partono. Attraversano continenti, collezionano luoghi, raccontano di aver visto il mondo. E più il mondo semb...
24/07/2026

Oggi tutti partono. Attraversano continenti, collezionano luoghi, raccontano di aver visto il mondo. E più il mondo sembra diventare piccolo, più l’uomo si convince di possederlo.
Eppure, seduto su una montagna mentre osservo la valle sottostante, comprendo che un’intera vita non basterebbe nemmeno per conoscere davvero quel "piccolo" lembo di terra. Figuriamoci il mondo.
Chi passa ovunque raramente dimora in qualche luogo.
Si può attraversare la Terra senza averne mai incontrato il respiro.
Ciò che scorre veloce davanti agli occhi lascia l’impressione di sapere. Ma la conoscenza cresce lentamente, come un albero, e richiede tempo, silenzio e presenza.
Più rincorriamo il mondo, più esso si allontana.
La natura, invece, non ha fretta. Non pretende di mostrarsi. E, proprio per questo, continua a rivelare ciò che il movimento incessante degli umani nasconde.
Conoscere il mondo non è vedere sempre di più. Significa ascoltare sempre più profondamente.
Perché la natura non conduce lontano. Conduce dentro ciò che è già presente.

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