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Alcatel-Lucent OpenTouch Suite: esce la versione 2.2Un’unica interfaccia cliente per tutti i dispositivi aiuta a gestire...
27/07/2016

Alcatel-Lucent OpenTouch Suite: esce la versione 2.2
Un’unica interfaccia cliente per tutti i dispositivi aiuta a gestire comunicazioni e interazioni con una sola applicazione. (di Redazione LineaEDP)

venerdì 22 luglio 2016
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Alcatel-Lucent OpenTouch Suite di ALE, che opera sotto il brand Alcatel-Lucent Enterprise, si aggiorna per aiutare le aziende a rispondere ai clienti più velocemente ed efficientemente. Alcatel-Lucent OpenTouch Suite 2.2 offre ai dipendenti un’unica interfaccia cliente – attraverso OpenTouch Conversation – disponibile per tutti i dispositivi per migliorare la gestione delle interazioni e delle comunicazioni con un’unica applicazione. La Suite OpenTouch può essere integrata con applicazioni di produttività on-premise e cloud-based, consentendo alle aziende di migliorare le comunicazioni con i team e i clienti utilizzando sistemi di comunicazione aziendali esistenti.

L’ultima release di OpenTouch Suite 2.2, che include OpenTouch Conversation, offre le seguenti nuove funzionalità:
– Integrazione con suite di produttività di terze parti come Microsoft Office 16, Microsoft Office 365, Google Apps for Business, IBM Notes e Domino 9, che fornisce funzionalità di semplice utilizzo come click-to-call, real-time presence e collaboration.
– Supporto di tutti i telefoni compatibili con Alcatel-Lucent OmniPCX Enterprise, tra cui i nuovi 8018 DeskPhone, i DECT 8212 e 8262, per migliorare la produttività dei dipendenti fornendo loro funzionalità di instant messaging, condivisione di documenti e schermo anche quando utilizzano il telefono.
– Disponibilità di un’unica piattaforma di comunicazione semplificata su Apple OS-X, con funzionalità coerenti con i client Windows PC, Android, iPhone e iPad esistenti.
– Un nuovo assistente visivo automatico che aiuta le aziende a gestire più facilmente le chiamate in arrivo dai clienti instradandole al team più appropriato per evadere la richiesta.
– L’indicatore del registro delle chiamate e dei messaggi sono stati aggiunti a OpenTouch Conversation One, la versione multi-piattaforma Web-based fornisce la necessaria unified communication
– Il Contactless Call Shift è ora disponibile su dispositivi Android. Questa funzionalità consente di trasferire istantaneamente una chiamata tra smartphone e deskphone, per migliorare la mobility dei dipendenti e supportare le esigenze di privacy in uffici open-space
– Una nuova opzione di video collaboration particolarmente competitiva è disponibile per piccole sale riunioni grazie a tool integrati nell’Alcatel-Lucent 8088 Smart DeskPhone.

Gli aggiornamenti della OpenTouch Suite 2.2 possono essere forniti on-premise, in cloud oppure con un approccio ibrido, per rispondere alle diverse esigenze di implementazione delle aziende.

25/07/2016
Concentrare i data center o moltiplicarli? Investire in infrastrutture da gestire in casa o affidarsi a servizi esterni?...
31/05/2016

Concentrare i data center o moltiplicarli? Investire in infrastrutture da gestire in casa o affidarsi a servizi esterni? E in quale misura l’una o l’altra opzione, e con quale priorità?
La decisione di come gestire il proprio data Center dipende da molteplici fattori, a partire dalle strategie aziendali e dal ruolo attribuito all’IT a sostegno dello sviluppo del Business.
Con un budget ICT che in Italia non raggiunge in media l’1,5% del fatturato, le Aziende sono obbligate a gestire gli investimenti in base ad un ordine di priorità. E’ cambiato nel corso degli anni l’atteggiamento nei confronti della tecnologia ed oggi sono tante le organizzazioni hanno abbandonato o stanno abbandonando un approccio di tipo conservativo, improntato sulla gestione dell’esistente, cercando di ottimizzare i costi, a favore di un approccio che, da un lato, mira a far evolvere il data center in termini di una maggiore flessibilità, agilità e scalabilità in risposta alle mutate richieste provenienti dal business e, dall’altro, punta allo sviluppo di progetti innovativi basati sul digitale.
La volontà di procedere alla Digital Transformation spinge le Aziende a porre particolare attenzione alla ristrutturazione, al rinnovamento e all’evoluzione del sistema informativo e in particolare alla componente di Data Center. Il tema cruciale e che crea discussione è come procedervi correttamente.
Vi è chi punta tutto sul replatforming, sull’automazione sempre più spinta delle infrastrutture interne dedicate all’erogazione di potenza di calcolo e di capacità di archiviazione, sul modello “software defined infrastructure”, e chi, invece, punta tutto sui Cloud Services.
L’analisi del mercato evidenzia che ad oggi gli interventi sul Data Center non vanno necessariamente in una sola direzione, preferendo spesso le Imprese mediare tra le varie possibilità; alcune realtà si limitano ad aggiornare poche infrastrutture per renderle più flessibili nella gestione dei carichi di lavoro, mentre procedono al consolidamento e alla virtualizzazione di tutte le altre infrastrutture; un numero crescente di aziende si propone invece di rendere il Data Center più produttivo, flessibile e automatizzato, sfruttando le soluzioni Software Defined nelle aree Computing, Storage e Networking oppure le tecnologie iperconvergenti, senza per questo rinunciare alla possibilità di sfruttare i Cloud Services, facendo proprio un modello di IT sempre più Hybrid, in cui le risorse interne, fisiche o virtualizzate, sono integrate a quelle disponibili in Cloud.
Oggi il Cloud non fa più paura e non c’è azienda che non abbia valutato la possibilità e l’opportunità di utilizzare risorse as a service; non solo, il processo di “cloudification” è più veloce nelle realtà in cui è maggiore il coinvolgimento del Top Management, capace di valorizzare il Cloud in termini di business e di guidare un cambiamento che non impatta solo sull’IT, ma su tutta l’azienda. Inoltre si inizia a percepire il Cloud come un insieme di funzionalità che vanno ben oltre l’IT optimization per diventare una soluzione capace di soddisfare molteplici esigenze di business grazie all’orchestrazione di servizi IaaS, PaaS e SaaS.
Un altro tema da considerare è l’impatto dei Big Data e dell’IoT sul Business e conseguentemente sul Data Center. Gli individui generano incessantemente dei dati, sia volontariamente, come nell’uso dei social media, sia inconsapevolmente, come nell’uso di bancomat, carte di credito, passaggi autostradali, smartphone, ecc. Altri dati sono prodotti dalla macchine – quali sensori, satelliti, contatori, ecc. – all’interno dei più diversi settori, dalla meteorologia alla geografia, dai consumi energetici alla salute, dai trasporti alle statistiche. Il mondo dei Big Data rappresenta una leva per l’Innovazione, come riconosce la stessa Commissione Europea, attraverso il programma Horizon 2020, che mette a disposizione 66 milioni di euro in bandi per progetti innovativi sui Big Data.
Se è vero che entro il 2020 gli oggetti intelligenti collegati alla rete nella Internet of Things saranno oltre 25 milioni e il mondo dei Big Data è destinato ad “esplodere”, i Data Center devono attrezzarsi per gestire, analizzare e tenere in sicurezza un volume di dati che oggi ben poche organizzazioni, per lo più di carattere scientifico, sono in grado di elaborare.
Ma che cosa vuol dire attrezzare i Data Center per i Big Data e l’IoT? Secondo la legge di Moore, le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi, per cui ciò che oggi è considerato “voluminoso” potrebbe non esserlo più in futuro; tuttavia, poiché sono ancora relativamente lunghi i tempi per la trasmissione in rete dei dati, per elaborare anche pochi terabyte occorre distribuirli su un numero molto elevato di macchine. Questo fatto mette le aziende di fronte alla scelta se acquistare ulteriori apparati e spazi aggiuntivi di data center oppure optare per il ricorso a risorse computazioni disponibili sotto forma di servizio, con costi mensili o pay per use.
Sono sempre più numerose le organizzazioni che decidono di spostare i carichi di lavoro generati dai Big Data su una piattaforma Cloud capace di erogare non solo potenza elaborativa e di archiviazione, ma anche Analytics ed un’intelligenza di tipo Cognitive.
Un ulteriore aspetto da considerare nella definizione della strategia evolutiva del Data Center è che qualunque intervento sul Data center deve essere gestito valutando la spesa per il consumo energetico, il livello di affidabilità e sicurezza che si intendono garantire e la modularità dell’infrastruttura di Data Center.
Gli eventuali apparati server e storage che vanno ad aggiungersi a quelli attuali aumentano inevitabilmente il consumo di energia e la relativa spesa, così come aumentano le esigenze di raffreddamento. Per controllare la spesa elettrica senza incidere negativamente sul livello di raffreddamento, si può pensare di far ricorso a macchine sempre più green e ad economizzatori a basso impatto energetico per il raffreddamento ad alta intensità, che tuttavia richiedono un investimento elevato, spesso superiore al risparmio conseguibile, anche nelle organizzazioni di grandi dimensioni.
I costi di condizionamento stanno spingendo i Big Player del mondo IT ed Internet a cercare soluzioni alternative al problema: vi è chi ha già costruito Data Center in Lapponia dove la temperatura media annua di 2 gradi centigradi garantisce l’aria fredda essenziale per rinfrescare i server e chi invece sta sperimentando la collocazione di Data Center in fondo agli oceani, dov’è possibile sfruttare, oltre alle basse temperature ambientali, anche l’energia pulita e a basso costo fornita dalle onde e dalle maree.
Per quanto riguarda il livello di affidabilità e sicurezza dei Data Center, l’organizzazione “Uptime Insitute”classifica queste strutture in quattro livelli, dei quali il Tier IV offre il massimo livello di disponibilità delle risorse ed una ridondanza integrale, a copertura anche dei circuiti elettrici, di raffreddamento e di rete, permettendo di far fronte ad incidenti tecnici di grave entità senza mai interrompere la disponibilità dei server; ovviamente lo scenario ottimale garantito dal Tier IV comporta un investimento che può essere messo a budget solo per i Data Center di iper-scala necessari a quelle realtà il cui business è incentrato sul dato o sull’erogazione di servizi di Data Center.
Le Aziende che non possono (o non vogliono) impegnarsi nella costruzione di un Data Center Tier IV, ma non intendono rinunciare alla possibilità di avvantaggiarsi di un’infrastruttura con queste caratteristiche, si possono rivolgere ai grandi Service Provider del mercato ICT che ne possono vantare uno o più di uno, oppure possono pensare di trasferire il proprio sistema informativo all’interno di Internet Park, dei grande campus tecnologico (in Italia sono già attivi quello di Wholedata e quello di Data4) che operano in totale indipendenza dai player del mercato ICT e con un portafoglio d’offerta che comprende l’affitto di interi edifici, sale riservate e servizi di colocation, dedicata o condivisa Articolo tratto da Digital Voice.

Audi web e Auditel specchio della convergenza Tv-Media-Tlc Mobile, accesso a Internet, Tv multicanale sono ingredienti d...
27/05/2016

Audi web e Auditel specchio della convergenza Tv-Media-Tlc Mobile, accesso a Internet, Tv multicanale sono ingredienti di un mix sempre più protagonista della nostra società, nel più ampio capitolo dell'intreccio fra mondo delle Tlc e dei contenuti, due mondi che in area Consumer hanno sempre più bisogno l'uno dell'altro. Negli Usa se ne sono accorti da tempo e anche in Italia l’acquisizione di Telecom Italia da parte di Vivendi, gli accordi fra questa e Mediaset, il rinnovato impegno di Mondadori in area web hanno impresso una notevole accelerazione al tema. Parlando di TV e Internet, le ultime indagini internazionali segnalano un incremento del 71% nelle visualizzazioni di video tramite smartphone dal 2012 ad oggi, ed evidenziano che circa due terzi del tempo che i teenager trascorrono guardando Tv e video avviene su un dispositivo mobile: oggi Tlc e Media sono due universi che devono gioco forza collaborare, se non altro perché il piccolo schermo è diventato una parte della fruizione dei contenuti video. Un nuovo pubblico, più giovane, ha cominciato a usare prima il computer collegato a Internet, poi il tablet via Wi-Fi, per accedere a nuove forme di Tv. Gli stessi produttori di apparati Tv rilasciano pressoché solo nuovi modelli connessi al web. Anche in Italia si va in questa direzione. Nella ricerca Total Digital Audience di febbraio 2016, Audi web rileva che si sono connessi ad Internet 28,5 milioni di persone. Nello stesso mese, 55 milioni di italiani hanno seguito per almeno un minuto l’offerta Tv tramite un televisore, e di questi 5,1 milioni lo hanno fatto da un apparato Tv connesso ad Internet. Gran parte del mondo dei fruitori Consumer di Internet è un sotto insieme dei fruitori di Tv. Insieme ampiamente sovrapposti: sono 42,1 milioni le persone che hanno seguito l’offerta Tv da un televisore e al contempo dispongono di una connessione Internet in casa. Qui arrivano i nodi da risolvere, ed uno su tutti: rendere confrontabili e armonizzati i dati di ascolto della TV – quindi Auditel – e i dati di navigazione, al fine di permettere di misurare efficacemente le audience per quotare economicamente il servizio in modo equilibrato ed efficace. Le imprese necessitano di dati il più esatti possibile per pianificare i propri investimenti in comunicazione e gli editori hanno la necessità di conoscere un reale Digital Score. Un programma televisivo genera oggi ascolti da Tv, da PC, da device mobile ma oggi non si è in grado di produrre un Digital Scor e credibile, né una profilazione dell'audience e una mappa delle sovrapposizioni. Audi web e Auditel andrebbero armonizzate, ma oggi seguono criteri diversi; ad esempio, non sono d’accordo nemmeno su chi siano i bambini: Audi web inizia a misurare i consumi Internet a partire dai due anni d’età, mentre Auditel considera telespettatore chi ne abbia almeno quattro. E ancora, Audi web misura l’utilizzo di Internet da mobile, ma sul consumo di televisione da apparati diversi dalla Tv non è ancora in grado di fornire dati certi. Su alcuni punti la soluzione sembra essere vicina, anche perché la necessità è una sola: misurare efficacemente la total audience. Lato Audi web qualcosa si muove: è stata lanciata, ad esempio, «Audi web 2.0», che dovrebbe entrare in scena nel 2017, grazie alla quale potrebbero essere monitorati e diventare pubblici.

Parlare di startup oggi vuol dire affrontare untopic tra i più discussi e celebrati. Si guarda alle start up come al fut...
25/05/2016

Parlare di startup oggi vuol dire affrontare untopic tra i più discussi e celebrati. Si guarda alle start up come al futuro dell’economia in senso lato e come opportunità per i giovani. Ma qual è la realtà? La voglia d’innovazione cresce, per necessità o per virtù, e passo dopo passo continua a crescere il numero delle imprese innovative che si affacciano sulmercato. Unaprogressioneche, peralcuniversi, restituisce un inedito profilo geografico della nuova imprenditoria italiana. È questo il quadro che emerge dal recente rapporto di InfoCamere condotto sull’universo delle startup innovative nel primo trimestre del 2016. Iniziamo coni numeri. Afine marzo 2016 il numero delle startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro imprese è pari a 5.439, in aumento quasi del 6% rispetto a fine dicembre 2015. Le startup rappresentano lo 0,35% rispetto al milioneemezzodisocietàdicapitaliattiveinItalia. Circa il 72% delle start up propone servizi alle imprese: inparticolare, prevalgonolaproduzionedi software e consulenza IT (30%); le attività di R&S (15,1%); le attività dei servizi d’informazione (8,1%). Il 18,8% opera nell’Industria in senso stretto; su tutti: produzione di computer e prodotti elettronici e ottici, 3,8%; produzione di macchinari, 3,3%; produzione di apparecchiature elettriche, 2,2%. Solo il 4,2% delle startup opera nel commercio. Interessante, per il mondo della Digital Economy, è come la quota di startup innovative fra tutte le società dei servizi di produzione di software si attesti attorno al 6,6%.
Invaloreassoluto laLombardiaèlaregioneche ospita il numero maggiore di startup innovative: 1.183, pari al 21,8% del totale. Seguono l’EmiliaRomagna con 625 (11,5%), il Lazio con 548 (10,1%),ilVenetocon404(7,4%)eilPiemontecon 365 (6,7%). Incodaallaclassifica, laBasilicatacon 41, il Molise con 20 e la Valle d’Aosta con 13 startup. Milano è la provincia che ospita il numero maggiore di startup innovative: 802, pari al 14,8% del totale. Seguono Roma con 475 (8,7%), Torino con 273 (5%), Napoli con 172 (3,2%) e Bologna con 154 (2,8%). Se si considera il numero di startup in rapporto al numero di società di capitali presenti nella provincia, Trento figuraalprimo posto con127 startup ogni10milasocietàdicapitali; seguonoTriestecon 121, Ancona e Ascoli con 95. Milano e Roma non rientrano fra le prime dieci province. Sotto il profilo occupazionale, a fine dicembre 2015 le 2.261 startup con dipendenti impiegano 16.524 persone (in aumento di 1.173 unità rispetto a settembre, +21,9%). In generale le startup hanno in media 2,9 dipendenti per impresa, anche se la metà delle startup con dipendenti ne impiega al massimo due. Resta il grande tema di fondo: non vi è dubbio che le startup generino vitalità, e cominciano arilasciare prodotti e servizi che vanno nella direzione dell’innovazione digitale anche delle imprese tradizionali, che guardano alle startup come ad una fonte importante di innovazione; ma non è ad oggi il mondo delle startup a sostenere significativamente l’occupazione. Articolo tratto da ICT professional

VRUITS, la Ue investe su smart mobility e sicurezza dei pedoni U n progetto tecnologico finanziato da Bruxelles ha inves...
24/05/2016

VRUITS, la Ue investe su smart mobility e sicurezza dei pedoni U n progetto tecnologico finanziato da Bruxelles ha investito oltre 4 M€ sulla sicurezza dei “VRU - Vulnerable Road Users”, una sigla poco nota ma che ci interessa da vicino. Si intendono infatti con questo termine tutti gli utenti della strada vulnerabili, ovvero i pedoni, ma anche ciclisti e motociclisti. Il progetto triennale VRUITS ha visto al lovoro i ricercatori per integrare i sistemi di trasporto intelligenti (ITS - Intelligent Transport System) con la gestione del traffico, con l’obiettivo di contribuire alla riduzione della mortalità automobilistica, equipaggiando i veicoli e le infrastrutture con tecnologie aggiuntive in ottica smart mobility. Il progetto UE punta in particolare a dimezzare entro il 2020 i decessi dovuti a incidenti stradali. I dati europei rivelano infatti che ci sono stati 26mila decessi e 135mila feriti gravi sulle strade dell’UE nel 2015 e questo fenomeno ha gravato anche economicamente sugli stati membri con un costo complessivo di circa 100 Mld€. Tra il 2000 e il 2012 la mortalità dei passeggeri di automobili è stata ridotta del 50%, ma questa riduzione non c’è stata per i VRU, con i decessi di pedoni ridotti solo del 34%, dei ciclisti del 31% e dei motociclisti del 17%. Complessivamente, i VRU rappresentano il 68% dei decessi stradali nelle aree urbane e gli incidenti che li coinvolgono sono tra le cause citate per la minore sicurezza stradale nell’UE tra il 2014 e il 2015. VRUITS ha analizzato diversi ITS, suggerendo pratiche incentrate sui VRU, poi testate e sperimentate sul campo, nei Paesi Bassi e in Spagna. Ad esempio, a Valladolid, in Spagna, sono stati condotti test per migliorare la mobilità dei pedoni tramite semafori controllati da sensori e la sicurezza tramite il miglioramento della visibilità delle strisce pedonali. Ad Alcalá de Henares è stata analizzata la sicurezza agli incroci stradali, utilizzando sensori per i pedoni e notifiche per gli automobilisti. A Helmond, nei Paesi Bassi, i ricercatori hanno esaminato la sicurezza agli incroci stradali peri ciclisti, numerosissimi nel Paese, attraverso sistemi di guida che avvertono sia gli automobilisti che i ciclisti di un possibile rischio di impatto, e tramite l’introduzione di freni automatici. Articolo tratto da ICT Professional

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