13/05/2026
LA CAGIVA ELEFANT DI BEPPE GUALINI ALLA DAKAR 1986 – Sarà una delle moto più interessanti esposte alla HAT Legend, così come Beppe Gualini rappresenterà uno degli ospiti più importanti e autorevoli.
Quella moto è interessante sia per com’è fatta sia per la sua storia rocambolesca, tanto che per leggere quanto segue consiglieremmo i pop corn.
Gualini è famoso per essere stato il re dei piloti privati, quello che partiva e arrivava a tutti i costi, riparando guasti in condizioni disperate, però non è sempre stato un privato nel senso assoluto del termine (ovvero colui che affronta le gare pagandosi tutto di tasca sua).
Era molto abile a farsi sponsorizzare, pur non essendo un pilota che puntava alla vittoria e neanche alla top ten, ma piaceva alla gente per la sua tenacia. In diverse occasioni è riuscito a collaborare con alcune Case, un po’ come collaudatore un po’ come portatore d’acqua, riuscendo a gareggiare con moto interessanti, come i prototipi delle Cagiva Ala Rossa, delle Aprilia Tuareg Rally 125, delle Aprilia ETX600 e di altre.
Essendo uno dei pochi italiani ad avere corso la Dakar, quando lavorava per la Cagiva venne interpellato su chi potesse essere un papabile pilota di punta per portare in gara una nuovissima bicilindrica ancora in fase di studio, che avrebbe dovuto mo***re un motore Ducati. E Beppe indicò Hubert Auriol.
Valerio Boni, giornalista e recordman tuttora attivo, ci ha raccontato di quando lui e Beppe Gualini, mentre collaudavano i prototipi delle Cagiva Elefant 125 al rally di Tunisia del 1984, furono mandati dai fratelli Castiglioni a parlare con Auriol. L’asso francese aveva già vinto due Dakar con la BMW, ma non si trovava con il suo compagno di squadra, Gaston Rahier e stava guardandosi intorno in cerca di alternative. Secondo il racconto di Valerio, i due avrebbero dovuto parlargli della Cagiva Elefant come papabile alternativa.
Auriol era stupito: la Elefant era una moto mai vista né sentita prima, un prototipo con ciclistica Cagiva e motore Ducati 750 Pantah bicilindrico a L da 70 CV. Eppure, dopo lo scetticismo iniziale, e dopo avere visto la moto in azione all'Atlas Rally del 1984, il francese accettò e si presentò al via della Dakar 1985 in sella alla famosa Elefant color celeste, sponsorizzata dalla francese Ligier.
Come racconta Beppe Gualini nel suo splendido libro Fuori Traccia, che verrà venduto a Bobbio in occasione della HAT Legend, la squadra iniziale avrebbe dovuto essere composta da Hubert Auriol e Giampaolo Marinoni come piloti di punta e Beppe Gualini come assistenza veloce o, se preferite, portatore d’acqua.
Auriol però pose come condizione la presenza di un portatore francese, Gilles Picard e Beppe Gualini restò fuori, tanto che si iscrisse con una Yamaha-Belgarda 600, quella che sembrava una Ténéré ma era un mischione di pezzi TT, XT e Belgarda.
Hubert Auriol andò fortissimo fin dal debutto che avvenne, come detto, alla Dakar del 1985. Era in odore del podio quando piegò una valvola e p***e un sacco di tempo aspettando l’assistenza, ma riuscì ad arrivare alla fine, ottavo assoluto.
Per il 1986 la moto venne modificata profondamente: la potenza del motore salì a 78 CV, il telaio reggisella era in fibra di carbonio, i mozzi delle ruote in magnesio. La squadra era sempre la stessa: Auriol, Marinoni e Picard. Ma venne aggiunto Gualini, anche se in maniera non ufficiale. Gli venne data in uso la stessa 750 che aveva guidato Auriol l’anno prima, con qualche modifica qua e là e una livrea tutta diversa, ma lui doveva arrangiarsi a livello iscrizione e sponsor. L’accordo era che avrebbe dovuto fare da portatore d’acqua, in cambio dell’assistenza ufficiale.
In gara si verificarono due problemi: i mozzi in magnesio delle moto ufficiali si rompevano, soprattutto all’anteriore; e i meccanici di Auriol non erano stati avvisati che Gualini faceva parte, in qualche modo, della squadra e andava aiutato anche lui.
Quando Auriol, che si era portato in seconda posizione assoluta, ruppe il mozzo anteriore attese l’arrivo di Marinoni, gli zanzò la ruota e riprese la marcia. Marinoni attese quindi che arrivasse Picard, ma questo si rifiutò di dargli la ruota. Si sentiva competitivo anche lui, riconosceva nel solo Auriol il leader incontrastato e non volle svolgere il ruolo di gregario per cui era stato ingaggiato o almeno per il quale gli italiani ritenevano fosse stato arruolato. Stiamo infatti parlando di una squadra mista italo-francese, quindi di galli nello stesso pollaio.
Marinoni, che ovviamente era incazzato nero, dovette perciò attendere l’arrivo di Gualini, gli prese la ruota e ripartì, lasciando Beppe da solo con la moto come si vede della foto sopra. Quando arrivarono i meccanici di Auriol, in auto, tirarono dritto perché non sapevano, così pare, che Gualini facesse parte della squadra. Non restava che attendere l’arrivo del camion Cagiva, che arrivò dopo ore. Il nostro arrivò in fondo alla tappa, ma con 10 ore di penalità ed era ovviamente furibondo.
Il giorno dopo fu Gilles Picard a vedere il suo prezioso mozzo in magnesio disintegrarsi. Dietro di lui c’era Gualini e Picard pretese la sua ruota. Si chiama karma, no? Beppe gli alzò un bel dito medio e se ne andò, lasciando il francese da solo. A fine tappa, ovviamente, c’erano enormi tensioni che aumentarono quando il team decise di mo***re le ruote di Gualini sulla moto di Auriol, per mollare a lui quelle in magnesio.
Beppe ripartì col terrore di far fuori i mozzi, ma non successe perché, nel superare una duna, si trovò in traiettoria il corpo esamine di Veronique Anquetil, che giaceva senza sensi e con la faccia insanguinata. Per evitarla, lui cadde e si ruppe i legamenti del ginocchio. Veronique, una biondina dal fisico minuto, all’epoca aveva 26 anni ma era una veterana, infatti aveva già corso diverse Dakar fin dal 1982. Nel 1984 aveva ottenuto due quarti posti di tappa e un quindicesimo finale.
Beppe chiamò i soccorsi, ma solo per lei. Riuscì a finire la tappa, ma il dolore era troppo forte e così decise di ritirarsi. A quel punto iniziò il lungo viaggio di ritorno, perché le Dakar degli anni ’80 si correvano davvero in mezzo al nulla e, se ti ritiravi, dovevi capire come tornare a casa.
La sua Cagiva finì sul camion scopa, lui salì sull’elicottero di Thierry Sabine. Lo scopo era portare moto e pilota fino a un finale di tappa che fosse vicino a una grossa città. Durante il volo in elicottero, videro un pilota a terra con un trauma cranico. Beppe venne fatto scendere per portare il ferito all’ospedale più vicino. Gualini si ritrovò così da solo, con i legamenti rotti, senz’acqua e nel pieno di una tempesta di sabbia, con la speranza che Sabine tornasse a prenderlo.
Thierry tornò da lui solo di notte e lo portò al bivacco ma in seguito, mentre Gualini tornava in Italia, tutto andò maledettamente storto.
Sabine precipitò con l’elicottero durante un’altra tempesta di sabbia e morì insieme ad altre quattro persone.
Giampaolo Marinoni fece una caduta spaventosa nel corso dell’ultima tappa, sulla spiaggia di Dakar. Concluse la gara con la moto tutta rotta, ma morì nei giorni successivi, dopo essere stato ricoverato in ospedale, per complicazioni mai troppo chiarite.
Hubert Auriol nel frattempo era già caduto e si era rotto un braccio mentre lottava per la seconda posizione.
Il camion scopa con a bordo la moto di Gualini venne fermato e rapinato dai predoni e la sua Cagiva Elefant sparì nel nulla.
Epilogo incredibile: nel 2016, un certo Gegé scrisse a Gualini una e-mail dicendo che in Francia aveva trovato, abbandonata in una fattoria, una moto che sembrava essere proprio la sua. Beppe si precipitò e gli venne un infarto: era davvero quella moto, con il suo nome sul serbatoio, il mozzo anteriore in magnesio, però era targata francese e aveva la livrea Lucky Explorer.
Riportata nelle condizioni originali, la potremo ammirare alla HAT Legend di Bobbio, tra pochi mesi.