13/08/2026
Ci sono posti che forse impariamo ad abitare attraverso qualcunə che, prima, ce li ha fatti amare.
A Carovilli questa cosa si sente.
Si sente in una piazza che da diciotto anni continua a custodire un nome, Danilo. Nelle persone che tornano, nelle voci che attraversano il palco, in una comunità che ha attraversato un dolore enorme senza lasciare che diventasse soltanto assenza.
Perché custodire, qui, non significa tenere fermo qualcosa e guardarlo da lontano, ma rimetterlo in circolo. Farlo diventare incontro, presenza. Fare in modo che da una ferita possa continuare a nascere bellezza.
E forse c’è anche questo dentro il continuare. Permettersi di sentire ancora.
Credo che la magia di .festival sia tutta qui.
Ho avuto il privilegio di disegnare la maglietta di questa edizione. Dentro la chitarra di Danilo ho disegnato una casa.
Perché in quella chitarra c’è molto più di uno strumento. C’è una voce, il desiderio di stare insieme, una piazza che ogni anno torna a riempirsi nel suo nome.
E allora la casa, forse, era proprio questo. Un luogo capace di tenere insieme memoria, suono e presenza.
Poi sono arrivate le voci.
Lumiero non lo conoscevo ed è stata una bellissima scoperta. Tra ironia e malinconia, familiare e spiazzante insieme.
Francamente , invece, l’avevo incontrata prima nelle parole. Nel modo in cui tiene insieme fragilità e forza, nomina pensieri intimi senza renderli piccoli e lascia frasi che continuano a muoversi dentro.
Poi, dal vivo, è arrivata Fucina.
E mi è sembrato che parlasse anche di questo. Di quello che ci attraversa e ci cambia forma. Dei luoghi che smettono di essere soltanto luoghi perché qualcuno ce li ha consegnati pieni di sé.
Quella sera, di Francamente, ho incontrato anche altro. Il modo di cercare gli occhi delle persone, di voler conoscere i nomi, di ascoltare chi aveva davanti. La gentilezza e il rispetto con cui è stata dentro quella piazza prima ancora che sopra quel palco.
E poi un abbraccio che mi ha commossa.
Ci sono stati sorrisi grandi, abbracci stretti, parole e lucciconi agli occhi. Non era soltanto la luce del palco, ma la quantità di vita che sentivo passarmi dentro.
Non so ancora dare un nome preciso a tutto quello che ho sentito.
So che quando sul palco un fascio di luce ha tagliato il cielo e un dito si è alzato verso l’alto, la stella cadente che avevo disegnato non era più soltanto un’idea.
Forse, alla fine, l’avevo vista davvero.
Grazie Laura Ciolli , grazie a papà Stefano e a mamma Maria Orazia, a Nuvole...chitarre e note e a tutte le persone che continuano a rendere possibile tutto questo.
Grazie a chi ha voluto condividere con me quel momento. A chi si è fermatə, a chi mi ha cercata, salutata, stretta, ascoltata.
Foto 03 · Pino Manocchio