01/05/2026
C’è stato un tempo in cui l’Italia decideva di costruire. Non opinava. Non si preoppupava solo di fare leggi. Correva rincorrendo al crescita del sistema paese investendo e promuovendo la crescita.
Nel dopoguerra ha creato industria, infrastrutture, energia. Ha reso produttivo un Paese che non aveva nulla. Non era solo crescita economica: era autonomia.
Oggi la partita è cambiata.
Non è più acciaio. È calcolo. È energia. È dati.
E mentre altrove costruiscono le “fabbriche” dell’intelligenza artificiale, data center sempre più grandi, interconnessi, trattati come infrastrutture strategiche, noi si resta fermi su dibattiti teorici e possibili norme (ben venga l'attenzione all'etica e alla privacy o all'occupazione che deriva dalla AI, ma basta solo parlarne per vietare e multare per fare incassi passivi dall'esenzione erariale)
Il problema non è tecnologico o filosofico. È industriale e strategico.
(Non è manco antiecologico: la dismissione industriale offre ampi spazi riconvertibili senza consumo di nuovo territorio, e l’energia può essere prodotta in modo sostenibile.)
Perché la realtà è semplice:
Le terre rare sono diventate il nuovo petrolio del XXI secolo
La loro disponibilità è al centro della competizione globale (e anche del conflitto in Ucraina)
L’energia continua a essere un’arma geopolitica (Iran, stretto di Hormuz, forniture globali)
E le risorse petrolifere, dal Medio Oriente al Venezuela, restano leve politiche prima ancora che economiche
Tradotto: chi controlla infrastrutture e risorse, controlla le scelte.
E qui arriva il punto che interessa davvero.
Un data center oggi è esattamente questo:
Non è “tecnologia”. È sovranità operativa.
Chi non costruisce infrastruttura, usa quella degli altri.
E chi usa quella degli altri, accetta le loro condizioni.
Lo abbiamo già visto con:
il gas russo
il petrolio mediorientale
le filiere delle terre rare
Ogni volta la stessa dinamica: dipendenza → crisi → rincorsa.
Eppure, su questo, l’Italia sembra cieca.
Non manca la capacità.
Non manca il capitale.
Manca la scelta.
Lo dico anche per esperienza diretta.
Quando in Italia si costruivano i primi data center e servizi di hosting & housing, c’era una visione: portare infrastruttura dove non c’era. (Ne ero primario e attento attore: Fondatore Servizi Internet Srl (1996-2015, exit 2013) - Esperienza ventennale in infrastrutture digitali, cloud e servizi internet. 👉 Contributore nella governance https://whois.bruschi.com/governance-internet.php o in più ampi ambiti https://whois.bruschi.com)
Oggi quella visione si è persa proprio mentre diventava centrale.
Perché oggi non si tratta più di fare solo" hosting & housing” e sostituire "rame con fibra". Si tratta di decidere dove girerà l’intelligenza artificiale. Gli anbienti dove i servizi lavoranno e governeranno.
E questa è una scelta industriale, non tecnologica. Ma sopratutto strategica.
Su questo tema ho scritto una riflessione più ampia (con dati, scenari e implicazioni concrete): 👉 link ad articolo su LinkedIn https://www.linkedin.com/pulse/ai-data-center-e-potere-chi-governer%25C3%25A0-il-valore-raimondo-bruschi-ojlmf
Se non torniamo a costruire infrastruttura, non resteremo indietro.
Diventeremo dipendenti.
Nel video:
Il nuovo data center Microsoft di Fairwater è già operativo, in anticipo sui tempi, come parte di una strategia più ampia di espansione delle infrastrutture AI .
Un’infrastruttura per l’intelligenza artificiale progettata su scala industriale.
Parliamo di oltre 120.000 metri quadrati distribuiti su più edifici, con centinaia di migliaia di GPU interconnesse come un unico calcolatore .
Un investimento enorme, in altre parole tanti soldi.
E qui si apre una partita che non è solo tecnologica, ma economica e politica. Se queste infrastrutture vengono lasciate esclusivamente a logiche private, il valore generato resta concentrato.
Se invece si introducono modelli di partecipazione pubblica, concessioni ben strutturate e una fiscalità coerente, possono diventare asset strategici per i territori. Entrate certe, come avviene per alcune note partecipate.
Non si tratta solo di ospitare data center, ma di costruire rendite infrastrutturali moderne: canoni, compartecipazioni, ritorni indiretti su filiere locali, occupazione qualificata, servizi collegati.
La differenza la fanno le regole: chi governa questi insediamenti decide se saranno semplici “consumatori di risorse” oppure generatori di valore condiviso.
E non è un caso isolato: altri hub sono già attivi o in arrivo, collegati tra loro per costruire una rete globale dedicata all’AI:
Il punto è semplice: farne parte o subirla.