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02/09/2026

Stretta dell’Unione Europea sulle ricariche elettriche: colonnine obbligatorie ogni 60 chilometri, tariffe trasparenti al kWh e addio alle app obbligatorie per pagare.

29/08/2026
28/08/2026

Nel 2025 l’88% dei pagamenti al Pos in Italia è avvenuto in modalità contactless, e il 24% delle transazioni è passato da smartphone o smartwatch

27/05/2026

Dopo la completa attivazione del Fascicolo sanitario 2.0, disponibile anche l’Ecosistema dati sanitari

21/05/2026

Entro tre-cinque anni i computer quantistici potrebbero essere in grado di violare gli algoritmi crittografici su cui si regge l’intera sicurezza digitale globale. È questo l’orizzonte temporale indicato dagli esperti, tra cui Danilo Cattaneo e Luca Boldrin di Tinexta Infocert, uno dei principali trust service provider europei. Una scadenza che rende urgente agire adesso, prima che la minaccia diventi reale.

La sicurezza digitale oggi si basa sulla crittografia asimmetrica: due chiavi matematicamente collegate, una pubblica e una privata, che rendono praticamente impossibile decifrare i dati senza la chiave giusta.
Algoritmi come RSA sono in uso da oltre trent’anni e sono presenti ovunque, dai siti web alle app bancarie. Un computer quantistico, però, non ragiona come quelli tradizionali: sfrutta la meccanica quantistica per esplorare simultaneamente un numero enormemente maggiore di possibilità.

Esiste già una strategia d’attacco chiamata “harvest now, decrypt later”: attori ostili potrebbero intercettare oggi dati cifrati e conservarli, in attesa di disporre della potenza computazionale per decifrarli in futuro.
La risposta tecnica esiste: il NIST americano ha selezionato tre algoritmi post-quantum resistenti a questo tipo di attacco. Il problema è la migrazione. Sostituire la crittografia attuale significa aggiornare ogni browser, ogni dispositivo, ogni standard digitale in modo sincronizzato a livello globale.

“Il processo per arrivare a uno stato in cui tutto sarà migrato richiederà anni, forse un decennio”, avverte Boldrin. I settori militare e finanziario sarebbero i primi a dover completare la transizione, seguiti da sanità e servizi al consumatore.

L’articolo di Dario D’Elia è su italian.tech

17/05/2026

Marco Pavone, ingegnere siciliano con un passato al MIT, è oggi professore di aeronautica e astronautica a Stanford, direttore dell’Autonomous Systems Laboratory e responsabile della ricerca su sistemi autonomi in Nvidia. Un percorso che lo ha portato dalla Nasa, dove ha progettato robot capaci di muoversi saltando su asteroidi in condizioni di micro-gravità, fino alla frontiera della cosiddetta physical AI: l’intelligenza artificiale applicata a sistemi con una componente fisica, come auto, droni e robot umanoidi.

Dopo la laurea in ingegneria informatica a Catania, Pavone si è trasferito negli Stati Uniti nel 2006 per il dottorato al MIT (il Massachusetts Institute of Technology), nel dipartimento di aeronautica e astronautica. Il cuore del suo lavoro ruota attorno a una domanda precisa: come si progetta un sistema capace di agire bene in un ambiente che non si conosce del tutto? Il programma Alpamayo, annunciato dal CEO di Nvidia Jensen Huang al CES di gennaio, affronta questo problema per la guida autonoma. A differenza dei sistemi tradizionali, genera quello che in gergo si chiamano “reasoning traces”: il veicolo riflette esplicitamente su ciò che sta accadendo, costruisce una rappresentazione della situazione e la usa per rendere le proprie azioni più sicure. Il programma speculare, Helos, lavora invece per garantire che i modelli di IA installati su sistemi critici si comportino in modo sicuro.

Alpamayo è già diventato una piattaforma open source adottata o valutata da quasi tutte le grandi case automobilistiche. Nel frattempo, Pavone è anche Chair del Comitato Scientifico di AI for Italy, il principale investimento governativo italiano nel campo dell’intelligenza artificiale, con sede a Torino. La sfida che considera più urgente, però, è quella della formazione: aggiornare i curriculum universitari perché chi studia oggi possa lavorare con le tecniche più attuali, senza perdere un’opportunità storica di crescita e innovazione.

«Sostanzialmente vogliamo mo***re un modello simile a ChatGPT su un’automobile, con la consapevolezza che può potenzialmente commettere qualche sciocchezza»

L’articolo di Gianluca Dotti è su italian.tech

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