28/05/2026
La Nazione Tornare in via dei Georgofili, 33 anni dopo, alla stessa ora, sullo stesso selciato, con il medesimo dolore nel cuore che riaffiora da un passato lontano. Guardando per le strade che si snodano da Por Santa Maria a via Lambertesca, fino alla Torre de’ Pulci, i portoni oggi integri che quella maledetta notte esplosero a causa della detonazione di un Fiorino imbottito di tritolo, i muri crivellati come da pallottole che pallottole non erano, le saracinesche dei negozi gonfie come una donna gravida, ma di terrore, le finestre in frantumi e lingue di fuoco che avvolgevano cose e persone. E poi le urla agghiaccianti della gente che chiedeva aiuto. Come in “una Baghdad sotto attacco”. E’ accaduto a Giuseppe Balasso, un poliziotto che la notte tra il 26 e il 27 maggio ’93 aveva poco più di vent’anni e copriva il turno dall’1 di notte alle 7 del mattino, quando sulla Firenze dell’arte si abbattè la ritorsione di una mafia stragista che voleva mettere lo Stato spalle al muro. Fu lui il primo ad arrivare con la Volante della questura senza nemmeno sapere, ancora, cosa fosse accaduto. E la notte scorsa, per uno strano scherzo del destino o forse per un percorso umano che doveva compiersi, è tornato lì, sempre in servizio ma con il blindato del Reparto mobile del quale oggi fa parte. Da allora non c’era mai più stato o, meglio non c’era andato volontariamente. Per quel misto di commozione e paura che sembra strano alberghino in questo omone grande dagli occhi buoni. Eppure è così. Invece il caso segue percorsi tutti suoi. E decide di mettere Giuseppe in turno proprio in quella strada dove ogni notte di maggio si ricordano le cinque vittime: le piccole Nadia e Caterina Nencioni, i genitori Angela Fiume e Fabrizio Nencioni che vivevano sulla Torre oltre allo studente Dario Capolicchio. Balasso avrebbe avuto il diritto di essere tra quanti commemorano l’anniversario della strage dei Georgofili. Magari in prima fila. C’era lo stesso, ma in disparte. C’era da lavoratore, in divisa, accanto allo stesso portone un tempo devastato, mentre la sindaca di Firenze Sara Funaro e il governatore della Toscana Eugenio Giani (allora assessore comunale) deponevano la corona della memoria. Inevitabilmente i frammenti di quella notte che riaffiorano come fosse un film a rallentatore. Balasso, insieme al collega Michele Perini, erano stati protagonisti del podcast che La Nazione dedicò all’attentato dei Georgofili. E proprio Giuseppe raccontò il tentativo vano di salvare Capolicchio che sparì alla loro vista mentre alla finestra tentava di salvarsi dalle fiamme, il salvataggio della fidanzata e di un’altra famiglia intrappolata in casa. Ricorda i nomi, i volti, il ballatoio dal quale riuscì a portarli in salvo e, a un collega l’altra notte ha confidato: “Vorrei tanto poterli rivedere“. Il caso, si diceva. Ma non è certo un caso che la commozione, il dolore e la memoria abbiano nuovamente riavvolto un uomo protagonista involontario di una storia purtroppo indimenticabile. La scorsa notte la Firenze delle istituzioni e della società civile che conserva il ricordo si è ridata appuntamento in piazza della Signoria: prima i discorsi dall’Arengario con un ricordo affidato questo’anno all’ex procuratore antimafia, già presidente del Senato Pietro Grasso poi il corteo fino al luogo della strage. Oltre a sindaca (che ieri sera aveva acceso simbolicamente il nuovo ponte dedicato alle sorelline Nencioni) e presidente della Regione, il presidente dell’associazione vittime dei Georgofili Luigi Dainelli, parente dei Nencioni, l’europarlamentare di FdI, Torselli con i consiglieri regionali Zoppini e Cellai, il consigliere comunale Gandolfo, il presidente dell’Accademia Massimo Vincenzini, la prefetta Francesca Ferrandino, il procuratore generale Ettore Squillace Greco, il questore Fausto Lamparelli, i generali Luigi De Simone e Enrico Baldini di carabinieri e Finanza, gli assessori Benedetta Albanese, Andrea Giorgio, Nicola Paulesu con il presidente del consiglio comunale, Cosimo Guccione. Oggi "rimane la ferita – è il ricordo della sindaca dal palco –, rimane il ricordo e la memoria delle vittime ma anche la convinzione profonda che sia nostro dovere continuare a parlarne, continuare a ricordare, e a chiedere una verità storica e giudiziaria che il Paese merita di avere".